I film tristi rendono più forti. Ma piangere ci fa bene?

di Alice Basso | 30.09.2016

Non so voi, ma io resto periodicamente stupefatta dalle ricerche di certe università. Non dai risultati: dalle ricerche proprio, cioè dai soggetti scelti, e soprattutto dal fatto che, se tanto mi dà tanto, qualcuno debba pure averci messo dei soldi. Dai, tutti abbiamo riso quando abbiamo scoperto che una ricerca aveva sancito che il sesso orale (praticato agli uomini) faceva bene alle donne.  Tutti abbiamo pensato “e chissenefrega” quando ci hanno informati che, effettivamente, il toast cade sempre dalla parte imburrata. Forse abbiamo moderatamente approvato lo stanziamento di fondi quando abbiamo letto che secondo l’Università della California le donne in carne sono più intelligenti di quelle magre (io l’ho fatto), ma più o meno basta.

Questo è lo spirito di fiducia e interesse con cui ho affrontato la lettura di questo articolo, nel quale ci viene riportato che, secondo l’Università di Oxford, guardare film tristi scatena endorfine e ha un effetto rinvigorente sull’organismo non dissimile da quello di una risata in compagnia.

Ora. Voi capite che per una che 1) scrive libri che mirerebbero a far ridere, 2) per principio considera la visione di roba strappalacrime accettabile solo se è interpretata da Daniel Day Lewis che per palesare la propria disperazione a un certo punto si straccia le vesti, questo articolo rappresenta una specie di provocazione personale.

“No, amici, stasera non vengo a cena con voi. Vino, brasato, chiacchiere, che palle. Preferisco darmi alla pazza gioia inchiodandomi davanti al Paziente inglese; anzi, per sicurezza terrò sulle ginocchia anche una vecchia copia muffita di Senza famiglia da sfogliare antologicamente durante gli intervalli pubblicitari. Che seratona! Sono certa che capirete. Non invidiatemi, vi prego.”

E che cavolo. Quindi tutto il mio lavoro, ma soprattutto quello della schiera di comici, commediografi, romanzieri che considerano una delle più elevate soddisfazioni della vita divertire la gente, sarebbe perfettamente sostituibile da un esercito di cloni di Storia di una capinera e documentari sull’undici settembre?

Che poi. Qui mica stiamo parlando di Schindler’s List (anche se la foto inserita a tradimento a corredo dell’articolo ritrae proprio la bambina dal cappottino rosso che, gente, credetemi, è dal 1993 che se vedo un cappotto rosso per strada sento ancora pulsare i condotti lacrimali), o del finale dell’Attimo fuggente, o dell’incipit di Up!. Quelle sono parentesi di disidratazione funzionali a un contesto, a un messaggio, a uno scenario che parla anche di speranza e qua e là magari fa pure ridere (no, okay, non Schindler’s List, ma insomma, ci siamo capiti), e persino una come me le giustifica e le apprezza. Ma per effettuare l’esperimento hanno puntato sulla tristezza senza se e senza ma. Avete letto? Hanno proiettato un documentario su un “disabile, tossicodipendente, senzatetto e alcolizzato” (e io voglio comunque sperare che anche nella vita di un “disabile, tossicodipendente, senzatetto e alcolizzato” possa esserci spazio per la speranza e pure per una risata, ma – non so voi – ho la sensazione che il documentario non ne facesse parola). Suppongo che, per non rischiare che nemmeno un neutrino di buonumore inquinasse l’esperimento, prima della visione abbiano anche abbassato la temperatura in sala a dodici gradi e regalato agli spettatori piccole foto dei loro nonni morti, meglio se di recente.
Tetraggine a trecentosessanta gradi. Niente uscite di sicurezza. Total black.
E però, a quanto emerge dallo studio, questa tristezza così onnipervadente, così fine a se stessa, addirittura fa bene.

Il problema è che lo studio è convincente. Cioè, a me piacerebbe tantissimo non credere ai risultati, poter liquidare la ricerca come una grandissima idiozia nella quale un’università troppo ricca ha frettolosamente buttato dei finanziamenti per non beccarsi delle multe, ma non riesco a non vedere una certa plausibilità nelle conclusioni che raggiunge. Infatti, a quanto pare, dopo la visione di mazzate deprimenti la tua resistenza fisica aumenta, aumenta la coesione di gruppo e si alza la soglia del dolore. Praticamente, quando si dice “quel che non ammazza ingrassa”. E il punto è che a me questo tipo di spiegazione piace: è una vita che mi chiedo cosa induca la gente a provare godimento nelle lacrime e a stanziare quattordici euro per vedere Sette anime al cinema anziché per due Lagavulin invecchiati sedici anni. Ho sempre pensato che funzionasse così: “sono triste di mio, ho voglia di piangere, ma la ragione o sembra futile persino a me, o nemmeno mi è del tutto chiara. Così mi metto in una situazione che mi permetta, anzi magari mi incentivi, a dare la stura al mio tappo emotivo, con il vantaggio collaterale che ascoltando gli altri spettatori in sala tirare su col naso insieme a me mi sentirò meno solo e integrato anche nella mia sofferenza”. Teoria che potrebbe avere senso, se non fosse che ai miei occhi ha comunque sempre presentato dei limiti: se la ragione per cui vorresti piangere ti sembra futile o evanescente, non dovresti avere più voglia di superarla, anziché di crogiolarti nel disagio emozionale che ti provoca? Insomma, io questa cosa del voler piangere non l’ho mai mandata giù nemmeno in quest’ottica.

Ma adesso, grazie a questa ricerca, potrebbe essere tutto più logico: dietro ci sarebbe una motivazione biologica, evolutiva, una di quelle spiegazioni fisiologiche che non è detto che la mente razionale debba per forza saper comprendere; sarebbe il nostro stesso corpo a chiederci di tanto in tanto di immergerci nella tristezza, per sviluppare resistenza, resilienza ed efficienza. Perché, come spesso accade con i detti popolari, “quel che non ammazza ingrassa” sembrerebbe essere una verità di natura.

C’è solo un cavillo che mi spinge a mettere in dubbio la bontà di questa ricerca.
Avete letto cos’hanno fatto vedere al gruppo di controllo?
A quello a cui non hanno mostrato la storia del “disabile, tossicodipendente, senzatetto e alcolizzato”?
“Un documentario di geologia e archeologia della Gran Bretagna”.
Cioè, e poi si stupiscono se la resistenza e la resilienza del gruppo del disabile tossicodipendente senzatetto alcolizzato erano comunque maggiori. Un documentario sulla geologia. Forse anche i parametri vitali del disabile tossicodipendente senzatetto alcolizzato sarebbero risultati più brillanti di quelli di un tizio sottoposto alla visione di un documentario di due ore sulla geologia inglese.

Propongo di riprovare sostituendo le pietre britanniche con Un pesce di nome Wanda o Tutte le manie di Bob e poi confrontando i parametri dei due gruppi, quello condizionato a piangere e quello condizionato a ridere.
Io, su quale dei due stia meglio, un sospetto ancora ce l’ho.


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L’AUTRICE – Alice Basso è nata nel 1979 a Milano e ora vive in un ridente borgo medievale fuori Torino. Lavora per diverse case editrici come redattrice, traduttrice, valutatrice di proposte editoriali. Nel tempo libero finge di avere ancora vent’anni canta e scrive canzoni per un paio di rock band. Suona il sassofono, ama disegnare, cucina male, guida ancora peggio e di sport nemmeno a parlarne. Con Garzanti ha pubblicato L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome e Scrivere è un mestiere pericoloso.

Fonte: www.illibraio.it