“Lavoro nell’editoria, ma la mia libreria sembra il cassetto dei calzini di un ragazzo…”

di Alice Basso | 22.05.2015

Ne La notte dei desideri, ovvero Il satanarchibugiardinfernalcolico Grog di Magog (un titolo che vi consiglio di citare ogni volta che vi chiedono di scrivere un articolo di tot caratteri e voi temete di non riuscire a coprirli tutti), Michael Ende a un certo punto afferma: «È un fatto ben noto che i libri sono spesso nemici giurati tra loro. Già nel caso di libri normalissimi, chiunque possieda un briciolo di tatto non andrà certo a sistemare Justine proprio accanto a Heidi o Le leggi tributarie accanto a La storia infinita». Spero si sbagli, perché se ha ragione sugli scaffali di casa mia non si trova una collezione di libri ma la Grande Guerra della carta.

Perché la mia libreria è un casino. Ve lo confesso senza giri di parole. Mi hanno chiesto: ci racconti com’è la libreria di casa tua? La libreria di una che tutto il giorno lavora fra i libri, sui libri e per i libri? Io ve lo dico, ma non so se la risposta vi piacerà. È un pandemonio. Sembra il cassetto dei calzini di un adolescente maschio.

Intendiamoci: non dev’essere per forza così. Non sto svelando chissà quale succoso retroscena dei lavoratori dell’editoria, non sto dicendo che chiunque lavori nel nostro settore abbia librerie che sembrano Dresda nel ’45. Ho colleghi che sfoggiano parate impeccabili, con i titoli raggruppati per aree tematiche o per autore o meglio ancora per casa editrice, tutti bellini, alti uguali e con la stessa grafica sulla costa. E non sto nemmeno dicendo che la mia libreria faccia pena perché io odi i libri, dopo che ci ho lavorato nove ore al giorno cinque o sei giorni alla settimana, e questo sia il mio modo di fargliela pagare: fortunatamente non è come per i pasticceri, che affermano di non poterne più di dolci (anche se io non riesco mai bene a capacitarmene), o per i tecnici informatici, che se nel weekend si sentono chiedere dalla moglie di aggiustare la stampante di casa hanno una crisi isterica (e invece loro li posso capire benissimo); grazie al cielo per chi lavora nell’editoria direi che funziona più come per i veterinari, che non è che smettono di amare cani e gatti dopo l’orario di ambulatorio. Ciò nonostante, uno magari si aspetta che, conoscendo il processo di creazione e lavorazione che ci sta dietro, una che fa il mio mestiere abbia per l’oggetto-libro una specie di culto, lo sfogli aprendolo al massimo di 80 gradi, non lo appoggi a meno di un metro da un termosifone e, fra le altre cose, abbia una libreria curata e rispettosa, magari anche organizzata secondo criteri brillanti e insospettabili che altri sarebbero curiosi di sapere. Ecco. No. Cioè, forse. Non nel mio caso. Mi spiace ammetterlo, ma la mia libreria segue un unico principio cialtrone e sconfortante: “se ci sta, infilalo lì”.

In effetti una volta ce l’aveva anche, una parvenza di logica, che comunque era una banalissima logica tematica dettata dal buonsenso più dozzinale. Una cosa tipo:

Scomparti alti: i miei saggi e testi universitari preferiti, perlopiù roba sulla Prima guerra mondiale, sui garibaldini e sui rivoluzionari russi sfigati pre-1917 (lo so, ho gusti discutibili).

Scaffali centrali: i cult della mia adolescenzaStephen King, Daniel Pennac e Stefano Benni;  romanzi d’avventura e fantasy cubici – e dei vent’anni – romanzi sull’America della Grande Depressione, probabilmente perché all’epoca cercavo lavoro e mi sentivo un po’ come i protagonisti di Steinbeck. (Ecco, per esempio: fantasy e romanzi sulla Grande Depressione è una di quelle convivenze che farebbero inorridire Ende, a meno che, i due generi, dopo quindici anni di vicinato, non abbiano finito per contaminarsi a vicenda. Forse un giorno allungherò una mano e pescherò a caso un titolo mai visto prima, germinato spontaneamente, e scoprirò che parla di un vagabondo dell’Oklahoma e di un cavaliere mago alleati nella battaglia contro lo Spirito del Capitalismo. In effetti ora che ci penso un libro così lo leggerei volentieri).

Scaffali in basso: essendo i più alti, libri illustrati e albi a fumetti. Fate di Brian Froud e Alan Lee, i Dylandogoni degli anni ’90, le raccolte di Calvin & Hobbes e così via. E anche i quaderni con i miei primi esperimenti creativi (sì, sono abbastanza vecchia da avere dei veri manoscritti).

– Infine i libri appoggiati sopra, cioè proprio impilati sul tetto della libreria, perlopiù grandi classici: i greci e latini, i russi, i francesi, un cofanetto della Recherche pesante come una motocicletta (il cofanetto, dico, non la Recherche. Cioè, oddio).

Questo sarebbe stato originariamente l’ordine di base. Poi con gli anni è successo come per le cortecce degli alberi: strati di nuovi tascabili si sono addossati alle prime e seconde file, seguendo appunto il summenzionato principio “uh, guarda, un buco che sembra perfetto per questo Andrea Vitali: incastriamolo lì e chissenefrega se poggia sul ciclo della Guerra contro gli Chtorr”. Molti altri volumi hanno preferito imitare i pellegrini del Mayflower e colonizzare il vicino piano della scrivania, e nel tempo la loro civiltà si è evoluta abbastanza da generare grattacieli. E il risultato è che adesso sono molto fortunata a non dovere quasi mai aver bisogno di cercare un titolo specifico, perché probabilmente non solo non lo troverei, ma qualcosa di ignoto e sinistro mi morderebbe le dita.

Dimenticavo: da qualche mese possiedo un eReader. Il che significa che la crescita demografica nella mia libreria ha subìto un significativo rallentamento. E anche, in teoria, che potrei finalmente possedere un archivio ordinato. Ma niente paura: basta curare che un file sia nominato con titolo e autore, un altro con autore e titolo, un altro ancora con il titolo, ma con l’articolo posposto, e così via, ed ecco che anche nel lettore degli eBook si può agevolmente ricreare quella confortante atmosfera di casino a cui ci si è tanto affezionati nel mondo della carta. Ci insegnano che l’universo tende all’entropia, giusto? Be’, allora mi sa che nel mio caso la locuzione “libreria universale” assume un significato tutto suo.

*Alice Basso è nata nel 1979 a Milano e ora vive in un ridente borgo medievale fuori Torino. Lavora in una casa editrice. Nel tempo libero finge di avere ancora vent’anni e canta in una band di rock acustico per cui scrive anche i testi delle canzoni. Suona il sassofono, ama disegnare, cucina male, guida ancora peggio e di sport nemmeno a parlarne. E autrice de L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome (Garzanti)

SCOPRI DI PIU’ SUL LIBRO

https://youtu.be/fZQ3gFUZ0XA

LEGGI ANCHE:

scrittrice

La ghostwriter si “svela” in un romanzo

 

Fonte: www.illibraio.it