La voce dei “Ragazzi di vita” di Pasolini

di Jolanda Di Virgilio | 19.01.2019

È il maggio 1955 quando Garzanti pubblica la prima edizione di Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini: un romanzo complesso, sperimentale. Viene accolto con grande entusiasmo da parte del pubblico, nonostante tutte le parolacce e le oscenità che costano a Pasolini e all’editore un processo per oltraggio al pudore (dal quale verranno poi assolti).

Ragazzi di vita è un libro che scandalizza, volendo ricorrere a un’espressione spesso utilizzata dallo stesso Pasolini, ma non tanto per il contenuto o per il lessico, bensì per l’idea di aver scelto come protagonista chi non era mai stato sotto i riflettori: il popolo di borgata.

ragazzi di vita

Pasolini decide di dare voce a una classe sociale esclusa dalla letteratura e, per farlo, sceglie di compiere un lavoro sulla lingua, lasciando una struttura frammentata, composta da quadri apparentemente sconnessi, di cui si comprende il mosaico soltanto alla fine del romanzo.

In una lettera inviata a Livio Garzanti l’anno prima della pubblicazione, l’autore spiega: “La mia poetica narrativa consiste nell’incatenare l’attenzione sui dati immediati. E questo mi è possibile perché questi dati immediati trovano la loro collocazione in una struttura o arco narrativo ideale che coincide poi col contenuto morale del romanzo. Tale struttura si potrebbe definire con la formula generale: l’arco del dopoguerra a Roma, dal caos pieno di speranza dei primi giorni della liberazione alla reazione del ’50-51. È un arco ben preciso che corrisponde col passaggio del protagonista e dei suoi compagni (il Riccetto, Alduccio ecc.) dall’età dell’infanzia alla prima giovinezza: ossia (e qui la coincidenza è perfetta) dall’età eroica e amorale all’età già prosaica e immorale. A rendere ‘prosaica e immorale’ la vita di questi ragazzi (che la guerra fascista ha fatto crescere come selvaggi: analfabeti e delinquenti) è la società che al loro vitalizio reagisce ancora una volta autoristicamente imponendo la sua ideologia morale. Badi che tutto questo resta ‘prima’ del libro: io come narratore non interferisco‘”.

ragazzi di vita

Quindi abbiamo un narratore esterno (o quasi), un’arena precisa (la Roma di borgata), una lingua particolare (il dialetto) e dei personaggi ben definiti (i sottoproletari). Tra questi ultimi ricopre il ruolo di protagonista il Riccetto, la figura che più di tutte incarna quell’arco di cui parla Pasolini nella lettera.

All’inizio del romanzo il Riccetto è un regazzino senza scrupoli, un ladruncolo pronto a infilare le mani nelle borse delle signore distratte sul tram, ma che si intenerisce di fronte a una rondine che sta per annegare sotto Ponte Sisto, e che è disposto a gettarsi nel Tevere pur di salvarla. Nell’ultimo capitolo, invece, lo ritroviamo ormai giovanotto che rimane immobile e impassibile mentre assiste alla morte di Gervasio che affoga nell’Aniene.

Il cambiamento del Riccetto corrisponde al cambiamento della classe sociale a cui appartiene, quella stessa classe sociale che Pasolini desidera raccontare/documentare nel suo romanzo, perché già consapevole della sua prossima estinzione. La Roma dei ragazzi di vita, infatti, non esiste più, e si può rivivere solo attraverso il romanzo o le sue trasposizioni. L’ultima è stata portata al Piccolo Teatro di Milano, sotto la regia di Massimo Popolizio e con la drammaturgia di Emanuele Trevi.

Tenendo fede al cuore del testo di Pasolini, lo spettacolo mostra la sua originalità proprio nell’uso della lingua: infatti, se nel romanzo l’autore ha scelto di scrivere assumendo la lingua dialettale dei suoi personaggi, con un indiretto libero che porta il narratore a imitarne il modo di parlare, l’adattamento teatrale cerca di restituire a pieno questa mimesis.

I personaggi – 18 attori in scena – si esprimono con un romanesco di borgata e contemporaneamente parlano attraverso la prosa letteraria usata per descrivere le azioni che compiono: sono quindi interpreti e narratori al tempo stesso.

ragazzi di vita

L’utilizzo di questa lingua regredita, però, non è esclusivamente un esperimento letterario (forse anche, ma non soltanto): è un modo per entrare nella psicologia o, meglio, nell’animo dei protagonisti, per non guardarli dall’alto al basso e per non giudicarli. Lo spettacolo riporta in vita, proprio come un sogno lontano o una scena di un film di Felliniun’umanità antica e vitale di cui non restano più tracce e il cui emblema è il Ferrobedò, la fabbricona di Monteverde Vecchio che compare all’inizio della prima scena e attorno a cui i bambini crescono e diventano ragazzi di vita.

A metà tra teatro di narrazione e civile, Ragazzi di vita è un racconto che, seguendo la traccia del romanzo, procede per capitoli isolati, tenuti insieme dalla presenza di un “narratore che non interferisce” (Lino Guanciale, vincitore del Premio Ubu 2019), ma che riesce a tenere le fila di tutto il discorso, nello stesso modo in cui si racconta una favola che appartiene a un altro tempo. E anche se forse oggi non scandalizzerà più come allora, è sempre bello ricordarla.

nota: le foto sono di Achille Le Pera

Fonte: www.illibraio.it