Caro Babbo Natale, ti va di portare via un po’ di roba dalla scuola? – La lettera di Enrico Galiano

di Enrico Galiano | 21.12.2025

Caro Babbo Natale,

quest’anno niente letterina con richieste di profumi, maglioni o viaggi. No: niente regali da portare. Per quest’anno vorrei essere un po’ anticonsumista e scriverti invece una lista di cose che preferirei non vedere più: insomma, cose che ti chiederei di portare via.

Con la slitta, se serve, ma anche col furgone dei traslochi, che qui c’è parecchia roba ingombrante.

Sì, ti scrivo per la scuola. E la mia lista comprende cinque regali.

Lo so, Babbo, non è facile. Però tu lavori una notte sola all’anno, io a scuola ci sto dieci mesi: direi che uno sforzo lo puoi fare.

“Porta via il ‘merito’ usato a sproposito”

Primo regalo: porta via il “merito” usato a sproposito.

Non il merito vero, quello dell’impegno, della fatica, della crescita. Quello finto. Quello che a scuola spesso coincide con il punto di partenza, non con il percorso.

Perché i dati lo dicono chiaro: rendimento scolastico e background familiare sono legati a doppio filo. Più capitale culturale hai in casa, più parti avanti. Chiamarlo “merito” è come dare una medaglia a chi è nato all’ultimo piano per essere arrivato prima sul tetto.

E continuare a usarlo così non motiva: legittima le disuguaglianze e le fa sembrare giuste.

Non è buonismo: è statistica.

“Basta con la nostalgia per la scuola di una volta”

Secondo regalo: porta via l’insensata nostalgia per la scuola di una volta.

Quella del “si stava meglio quando si bocciava di più”. Perché la scuola del passato era selettiva, sì, ma anche esclusiva.

Lasciava fuori tre ragazzi su quattro, e non perché fossero pigri, ma perché poveri, femmine, o semplicemente nati nel posto sbagliato.

Idealizzarla oggi è come un ex galeotto che rimpiange la prigione, perché almeno lì c’era vitto e alloggio gratis. Non è buonismo: è buon senso.

“Stop al vizio di dare addosso ai giovani”

Terzo regalo: porta via il vizio di dare addosso ai giovani.

Questa cosa che ogni generazione è “la peggiore di sempre” è vecchia quanto l’umanità. Solo che oggi abbiamo studi seri che dicono l’opposto: i ragazzi sono più sensibili ai temi sociali, più consapevoli emotivamente, più aperti alla diversità.

Inoltre, non è vero che sono meno preparati: è che vivono in un tempo che chiede loro il triplo di quel che chiedeva a noi.

Sono fragili, sì. Ma non perché sono molli: perché vivono in un mondo più instabile, più giudicante, più competitivo.

Non è condiscendenza: è onestà intellettuale.

“Non parli di scuola chi non ci mette piede da decenni”

Quarto regalo: porta via il megafono a chi parla di scuola senza metterci piede da decenni.

Quelli che dicono “ai miei tempi” come se fosse un titolo di studio.

La scuola è un ecosistema complesso, non un ricordo d’infanzia. Parlarne senza conoscerla, senza aver davvero parlato con ragazzi, insegnanti e genitori, è come dare consigli a un falegname perché una volta hai montato una libreria dell’Ikea.

Non è cattiveria: è fiducia nella competenza.

“Basta con la celebrazione tossica dei fuoriclasse a tempo record”

Quinto regalo, il più delicato: porta via la celebrazione tossica dei fuoriclasse a tempo record.

Quelli che si laureano prima, meglio, più in fretta.

Belli, bravissimi, applausi. Sul serio. Ma quando li trasformiamo in modelli universali, il messaggio implicito è uno solo: se ci metti di più, sei sbagliato. E invece sappiamo, da decenni di psicologia dell’educazione, che l’apprendimento non è una gara di velocità, ma un processo non lineare.

Le strade lunghe e tortuose non sono fallimenti: sono percorsi.

E spesso portano a competenze più solide, più profonde, più umane.

Non è invidia: è che a ognuno la sua strada. E non è detto che quella più veloce sia per forza la migliore.

Ecco, Babbo Natale. Cinque cose da togliere.

“Una scuola basata sulla competizione estrema non educa”

Perché una scuola basata sulla competizione estrema non educa: seleziona, confronta, umilia. E rischia di tagliare fuori talenti che avrebbero bisogno solo di un po’ più di tempo, o di approcci differenti.

Spero tu sia d’accordo, caro Babbo, che la scuola non è lì per scegliere i migliori. Semmai, per aiutarti a tirare fuori il meglio da te.

Se poi ti avanza spazio sulla slitta, porta via anche un po’ di burocrazia, di scartoffie inutili e di tempo che si potrebbe usare per stare in classe, dove davvero c’è bisogno.

Con affetto, stima e tanta speranza

Enrico

L’AUTORE – Enrico Galiano, insegnante e scrittore friulano classe ’77, in classe come sui social, dove è molto seguito, sa come parlare ai ragazzi.

Dopo il successo di romanzi (tutti usciti per Garzanti) come Eppure cadiamo feliciTutta la vita che vuoiFelici contro il mondo, e Più forte di ogni addio, ha pubblicato un libro particolare, Basta un attimo per tornare bambini, illustrato da Sara Di Francescantonio. È poi tornato al romanzo con Dormi stanotte sul mio cuore, e sempre per Garzanti è uscito il suo primo saggio, L’arte di sbagliare alla grande. Con Salani Galiano ha quindi pubblicato la sua prima storia per ragazzi, La società segreta dei salvaparole. Ed è poi uscito, ancora per Garzanti, il suo secondo saggio, Scuola di felicità per eterni ripetenti. Dopo il romanzo Geografia di un dolore perfetto, è tornato in libreria con Una vita non basta, e ha poi pubblicato con Salani il ultimo libro per ragazzi, L’incredibile avventura di un super-errore. Da maggio 2025, per Garzanti, è in libreria il romanzo Quel posto che chiami casa.

Qui è possibile leggere tutti gli articoli scritti da Galiano per il nostro sito, con cui collabora con costanza da diversi anni (anche con dei video per Instagram e TikTok).

Fonte: www.illibraio.it