A fine agosto 2020 avevamo parlato di L’ultimo marinaio di Andrea Ricolfi, “una storia di amicizia e di amore per una terra fredda ma meravigliosa”.
Sei anni dopo Ricolfi torna in libreria, sempre per Garzanti, con Il canto dell’albatros, un romanzo delicato, “sull’attesa e sulla fiducia, sul caso che a volte ci offre in dono qualcuno che non sappiamo da dove venga, ma sembra arrivato per portare via un po’ delle nostre ombre”…
E veniamo alla trama. Se le chiedessero di scegliere una costellazione, Emma Hayes indicherebbe l’Idra: “la solitaria”. Complessa, timida, sfuggente, vive in una baita affacciata sul Pacifico e fotografa animali in via d’estinzione, catturando gli ultimi istanti di creature ignare della fine imminente. È il suo modo di dimostrare che ogni esistenza merita di essere ricordata.

Emma ha alle spalle un passato che non passa, che fluttua nel silenzio senza chiedere di essere risolto. Finché un giorno, a un incrocio di Witeburgh, l’inaspettato irrompe nella sua vita: Louis Drake. Settantenne, appena uscito dal carcere dopo quarantadue anni di reclusione.
Due anime che non avrebbero dovuto incontrarsi riconoscono l’una nell’altra la stessa urgenza: parlare ed essere finalmente ascoltati, capiti. Per ragioni diverse entrambi non si trovano bene nel mondo, e danno una possibilità al loro incontro. Emma si fida. Al punto da affidare a Louis le cure della madre anziana. Ma cosa si nasconde davvero dietro i suoi silenzi? Riuscirà Louis a indicarle la direzione dalla quale ripartire, e a trovarla per sé?
Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:
Emma da bambina non sopportava le foto. L’unico rapporto che aveva con la fotografia era la vecchia Pentax a rullino della madre, una scatoletta di plastica nera con flash incorporato con cui Olga Nardi intratteneva una relazione in qualche modo morbosa. Per la maggior parte dell’anno quell’aggeggio (oggi un reperto archeologico) non creava alcun problema: stava chiuso in un cassetto. Ma durante l’unica settimana di vacanza che la famiglia Hayes si concedeva, Olga non lo dimenticava mai a casa e faceva andare anche due o tre rullini al giorno.
«Emma, sorridi, per l’amor del cielo! Cosa ti costa?»
Emma non sorrideva mai nelle foto. Le sembrava una forzatura, una cosa finta. Era una cosa finta. Olga Nardi non aveva tutti questi amici a cui mostrare quelle foto, le scattava per sé. A dirla tutta, i luoghi che sceglievano per le ferie, per lo più spiagge a malapena balneabili dimenticate da Dio, non erano proprio memorabili. Comunque, la sua frustrazione principale era una figlia che non sapeva fingere di essere felice, neanche nell’istante microscopico di uno scatto. Era forse chiedere troppo?
Le piaceva anche scattare foto di nascosto. A volte ti facevi gli affari tuoi e sentivi un clic da dietro le spalle, come se qualcuno ti avesse sparato con una pistola scarica. E invece lo scatto era andato a buon fine. Colpito. Olga si sentiva diabolica e molto artistica, in quei momenti. Ma era un bene, perché la vecchia Pentax alla fine la metteva di buon umore. Era la sua attività estiva, e nessuno poteva portargliela via.
Emma, dal canto suo, era una vera fotografa. I suoi scatti erano sempre ragionati: guardava il mondo, ne selezionava un ritaglio preciso, lo inquadrava e, solo alla fine, lo fermava per sempre. Difficilmente avrebbe ripetuto uno scatto.
Soprattutto, di tutte le migliaia di foto che aveva scattato nella sua vita, neanche una ritraeva una persona. E questo qualcosa voleva dire.
In realtà, neanche Robert Hayes amava essere fotografato a tradimento, ma almeno riusciva a fingersi divertito dall’estro della moglie. Per Emma era un incubo. Ed era straordinario come riuscisse a deludere la vena fotografica della madre anche a distanza. Il punto è che aveva un modo tutto suo di giocare con i cavalloni: la madre la incitava ad andare tra le onde alte insieme agli altri bambini, quando ce n’erano, sperando di ritrarla da lontano in un momento di estroversione che per qualche motivo avrebbe dovuto coincidere con la felicità; ma Emma aspettava l’onda e spariva sott’acqua, non la affrontava, si immergeva non appena veniva raggiunta. Gli scatti di Olga Nardi quindi ritraevano un mare agitato, ricolmo di bambini felici ma non suoi, che si divertivano spensierati tra i cavalloni. Sua figlia non si vedeva. Era là, ma non era là.
«Accidenti», mugugnava, «ma cos’ha che non va quella bambina?»
Emma non capì mai il perché dei sorrisi a comando, visto che le foto una volta sviluppate sarebbero finite in un album che nessuno avrebbe mai più guardato, nemmeno la madre. Lei, tuttavia, non è che non si sforzasse: faceva del suo meglio, perché tutti i bambini provano a fare i bravi. E inoltre sapeva che c’era solo un numero abbastanza basso di scatti senza sorrisi che la madre avrebbe tollerato. «Mi sprechi il rullino», le diceva. Sapeva indovinare con precisione quando avrebbe perso le staffe, ma per quanto si impegnasse il risultato più brillante che le veniva era solo un inizio di sorriso, le labbra che si espandono lungo le guance. E basta.
«Con i denti, Emma, sorridi con i denti, da brava!»
È frustrante quando anche il tuo meglio non è abbastanza.
Dopo le vacanze, la madre si faceva accompagnare a Laytown da Robert, entrava nel negozio di fotografia per far sviluppare i rullini e dopo un po’ (c’era un’attesa di un’ora o due da mettere in conto, durante la quale girava per negozi insieme al marito) riportava le foto a casa, fiera delle sue opere d’arte. Emma riconosceva il logo del fotografo sul sacchetto e sapeva che il peggio doveva ancora venire.
«Che te ne pare di questa?» chiedeva alla figlia una volta convocata sul divano, mostrandole uno scatto con un pezzo di cielo blu e un pezzo di mare altrettanto blu.
«L’orizzonte è storto, mamma.»
«E questa, allora?»
«È in controluce.»
«E questa com’è? Ah no, questa è mossa. Guarda quest’altra: bella, no?»
«Il soggetto in centro non sta bene, mamma.»
È vero, Emma – così le dicevano tutti, chi in tono più scherzoso chi meno – non sapeva apprezzare il lato positivo delle cose. Forse quelli dell’infanzia erano gli anni in cui si sarebbe dovuta sviluppare tale capacità. Ma è indispensabile attraversare la vita vedendone sempre il lato positivo? Certo, è provato che le persone da bicchiere mezzo pieno ricevono più inviti a feste e matrimoni delle persone da bicchiere mezzo vuoto, e creano meno imbarazzo quando si va a cena fuori – su questo non si discute. Ma non si stancano mai di fare buon viso a cattivo gioco? Di porgere l’altra guancia, di concentrarsi sulla succosa fragolina caduta per caso su una montagna di merda? Di fare cose che non hanno davvero voglia di fare, dicendosi: “Ma sì, che sarà mai”?. O di concludere che la persona che le rende infelici da anni tutto sommato non è violenta e quindi è meglio di tante altre? Che senso ha stare al mondo se si decide di ignorare quello che non va? In altre parole, perché non ci si chiede mai che cosa impedisce al bicchiere di essere pieno?
Emma non viveva così. Non è che non notasse ciò che c’era di buono, nelle situazioni o nelle persone. Lei era come un lupo: vedeva tutto quello che attraversava il suo ambiente, ma molte cose non le trovava interessanti.
Le cosiddette cose belle della vita spesso non riuscivano a catturare la sua attenzione. Alla fine, i lati positivi sono sempre la stessa solfa: le persone sono generose, altruiste, gentili, non ti picchiano, ti raccontano storie divertenti di tanto in tanto. Tutte cose fantastiche, meno male che ci sono. Ma ogni anima ha il suo personale angolo marcio, ed è quell’angolo che la caratterizza, l’unico che secondo Emma valeva la pena esplorare.
Era sempre stata una grande esploratrice di anime umane, perché non aveva paura di sporcarsi con quello che ci avrebbe trovato dentro.
Già da bambina sapeva guardare a fondo nelle persone. Se vuoi capire un essere umano, pensava, devi chiuderlo in una stanza e fargli queste due domande: di che cosa hai paura? Cosa ti scalda il cuore?
Con il passare degli anni, capì che è impossibile trovare qualcuno che sappia rispondere a domande così concrete; le poneva davvero ad alcuni bambini, appena li conosceva, e a volte loro le rispondevano. Ma solo perché erano bambini. Ci aveva provato anche con il piccolo Jason. Lui era riuscito a rispondere a tutt’e due le domande insieme: «Ho paura degli occhiali da sole della mamma, quando se li mette non le vedo più gli occhi. E la tua cioccolata mi scalda la gola». Così aveva detto, mettendosi le manine attorno al collo, e s’era messo a ridere.
Gli adulti invece non rispondono. Eppure vivere è solo questo: scoprire che cosa ci spaventa a morte, e trovare qualcosa che ci tenga al caldo.
Comunque, nonostante la difficoltà nel trovare risposte, Emma non perse mai interesse per queste domande. Soprattutto per la prima, perché la paura ha a che fare con la parte vuota del bicchiere.
(continua in libreria…)
Fonte: www.illibraio.it