L’empatia non è mettersi nei panni degli altri (soprattutto se sono studenti) – di Roberta Di Lorenzo

di Roberta Di Lorenzo | 15.09.2026

Io (non) so come ti senti“.

Quante volte, quando qualcuno confessa di non stare molto bene, cerchiamo con difficoltà le parole giuste che possano essere di conforto? La risposta, almeno la mia, è tantissime.

Credo sia una specie di riflesso automatico quello di provare ad aggiustare l’umore di qualcuno, una specie di “primo soccorso delle parole” che ci spinge a intervenire, possibilmente in fretta, trovando quella frase capace di risolvere almeno una parte del problema.

Dire “Ti capisco” è una frase presuntuosa

Queste situazioni mi capitano soprattutto quando sono a scuola. Perché sì, sono un’insegnante, e come tale trascorro buona parte delle mie giornate circondata da minorenni che mi bombardano con frasi tipo: “Prof, non mi sento tanto bene”, oppure: “Prof, posso uscire?”, o ancora: “Prof, oggi proprio no”.

Non so se valga lo stesso per voi, ma spesso a me capita di rispondere: “Ti capisco“, ascoltando le loro storie. Eppure, riflettendoci bene, è una frase piuttosto presuntuosa. Perché, in fondo, cosa ne so davvero io di come si sente un’altra persona? Soprattutto se è un adolescente?

Noi adulti abbiamo la convinzione di conoscere i pensieri dei ragazzi per una ragione apparentemente inattaccabile: siamo stati adolescenti anche noi. Ci siamo già passati. Abbiamo superato le incomprensioni con i genitori, i brutti voti, la prima cotta, il desiderio di appartenenza a un gruppo.

Anche io ho avuto quindici anni, ma non i quindici anni dei miei alunni

Ci dimentichiamo, però, che l’età va di pari passo anche con il mondo che ci circonda.

Vi porto un esempio concreto. Anche io ho avuto quindici anni, ma, quando tornavo a casa da scuola, le persone che mi stavano antipatiche rimanevano fuori dalla mia stanza. Non ero a conoscenza di chi fosse uscito senza di me, di chi avesse ricevuto più attenzioni perché ha il corpo giusto, la faccia giusta, la vita giusta.

Non confrontavo la mia esistenza con quella apparentemente perfetta di decine di altre persone, che fosse di prima mattina o poco prima di addormentarmi. Soprattutto, anche volendo, non potevo perché non c’erano i mezzi per farlo.

Quindi sì, ho avuto quindici anni, ma non ho avuto i quindici anni dei miei alunni.

Non sempre è facile resistere alla tentazione di essere una guida

È una verità che cerco di ricordarmi ogni volta in cui entro in classe. Anche se, a essere sincera, non sempre ci riesco. Non sempre è facile resistere alla tentazione di essere una guida.

Penso che noi adulti abbiamo uno strano rapporto con il dolore dei più giovani. Sembra quasi che tentiamo di ridimensionarlo. Proviamo a rincuorarli dicendo che la loro tristezza o la loro rabbia passerà, che tra qualche anno quella difficoltà non avrà più importanza, che quando saranno grandi capiranno quali sono “i problemi veri”. Non è sempre per semplice paternalismo.

Talvolta parliamo così con la nobile intenzione di tentare davvero di alleviare una sofferenza. Però – permettetemi ancora una volta di essere concreta – anche una colica renale dopo qualche tempo passa, eppure il dottore prescrive un antidolorifico piuttosto di filosofeggiare sul concetto transitorio di dolore e smarrimento.

L’empatia: accettare di non poter sapere come si sente qualcuno

Tutti questi tentativi di rincuorare rientrano in quel concetto che molti definiscono “empatia”.

Per molto tempo anche io ho pensato che l’empatia fosse la capacità di mettersi nei panni degli altri. Se riesco a immaginare di essere te, allora posso capirti. Così ce l’ha raccontata la società. Ma sapete che c’è? Adesso non ne sono più tanto sicura che questa sia vera empatia.

Forse i panni degli altri dovremmo lasciarli agli altri, perché spesso non ci stanno. Stringono in punti che non conosciamo, cadono diversamente sui corpi e hanno tasche in cui non sappiamo cosa sia stato nascosto. Forse, piuttosto di soluzioni e parole, dovremmo accettare di non poter sapere come si sente qualcuno.

Credo sia una cosa che, per esempio, fanno molto bene i libri. Quando leggiamo non abbiamo bisogno che un personaggio ci assomigli per preoccuparci di lui.

Possiamo avere ottant’anni e commuoverci per la storia di un bambino, essere innamorati e piangere su pagine che raccontano di un amore che finisce, non avere mai perso qualcuno e sentire ugualmente quel lutto, quella mancanza, quel vuoto. La letteratura ci fa entrare in vite che non sono le nostre.

Non ci insegna necessariamente a capire gli altri, ma ci prende per mano e ci aiuta a guardarli, ad ascoltarli e perfino a sopportare il fatto di non comprenderli fino in fondo.

La poesia come mezzo per lasciare lo spazio all’altro di sentire

A scuola succede qualcosa di simile quando leggiamo in classe una poesia. All’inizio arriva quasi sempre la domanda: “Prof, ma cosa vuol dire?“, come se una poesia fosse un mobile dell’Ikea e da qualche parte, magari nelle ultime pagine del libro, ci fossero le istruzioni per montarla correttamente.

Poi, qualche volta, leggo qualche verso e un alunno alza la testa. Magari non parla, non si sbilancia raccontando la sua vita. Non c’è bisogno che lo faccia. Vedo che quel verso è atterrato da qualche parte come un seme portato dalla voce. Non è necessario sapere dove ha scavato perché germogli.

Questa, forse, è la chiave di lettura per stare vicino a qualcuno che non sta bene. Qualche volta una soluzione non c’è, o almeno non è nelle nostre mani. Quello che possiamo fare, invece, è ascoltare, vedere davvero chi abbiamo davanti, sederci accanto senza riempire immediatamente il silenzio con quello che è successo a noi. Di lasciare lo spazio all’altro di sentire, anche quando i sentimenti sono negativi.

Un augurio per il nuovo anno scolastico

Con l’avvicinarsi dell’inizio della scuola, c’è un augurio che vorrei fare a chi tornerà a riempire le aule tra pochi giorni: colleghi, colleghe, ragazzi, ragazze e tutto il personale.

Non quello di un anno senza insufficienze, senza note, senza riunioni infinite, verifiche andate male o mattine in cui alzarsi dal letto sembrerà un’impresa già sufficiente per meritarsi la promozione.

Vorrei augurare a tutti – anzi, augurarci – un anno in cui riusciremo, almeno qualche volta, a non avere subito una risposta. Ad avere il coraggio di rinunciare a pretendere di sapere cosa ci sia dentro all’altro, ma piuttosto provare a fargli spazio, a non voltare le spalle per andarcene.

A noi insegnanti, soprattutto, mettendomi io per prima, vorrei ricordare che dietro un ragazzo o una ragazza che non studia, che dorme sul banco, che risponde male o che tace, c’è una storia che non conosciamo per intero e che, quindi, non possiamo giudicare.

Il mio augurio per il nuovo anno scolastico è una frase che spero di ricordarmi di dire io per prima ogni volta che entrerò in classe: “Non so come ti senti, ma posso restare qui con te, se lo desideri“.

Copertina di Dimmi che rimani di Roberta Di Lorenzo

L’AUTRICE  E IL LIBRO Roberta Di Lorenzo è nata in Friuli e si è laureata in giurisprudenza. Dopo un’esperienza quasi casuale di insegnamento, ha capito che era quella la sua strada: ha preso una laurea in Italianistica e oggi insegna lettere in un istituto professionale. Tra le sue passioni ci sono anche la danza aerea, lo yoga, la stand-up comedy e i podcast crime.

Dimmi che rimani è il suo romanzo d’esordio, edito da Garzanti. Matilde, la protagonista, ha sedici anni ed è sempre stata una figlia perfetta e una studentessa modello. A un certo punto però, senza accorgersene, ha iniziato a scomparire.

A cambiare radicalmente il suo modo di vedere il mondo è la professoressa Cecilia Moretti, che non potrebbe essere più lontana dall’idea di insegnante che lei si era fatta. Cecilia si accorge di Matilde, e le affida le parole di poeti come Giacomo Leopardi, Saffo, Patrizia Cavalli e Alda Merini, nella speranza che i loro versi riescano ad arrivare dove nessun altro è riuscito. Perché quella professoressa un po’ impacciata si è resa conto che per essere il porto sicuro di alcune persone, a volte, basta solo farle sentire viste.

Fonte: www.illibraio.it