“Ormai sono tutti DSA!”.
“Ai nostri tempi tutti questi DSA non esistevano!“.
“Basta la minima difficoltà ed è subito DSA!”.
Se lavori a scuola, sono discorsi che prima o poi senti. In effetti, ogni tanto guardo l’elenco della classe, vedo quanti PDP ci sono (Piani Didattici Personalizzati), e penso: possibile che siano diventati così tanti?
Be’, una cosa è vera: le certificazioni sono aumentate parecchio.
Nell’anno scolastico 2010/2011 gli studenti con una certificazione DSA erano circa lo 0,9%. Nel 2022/2023, secondo gli ultimi dati nazionali pubblicati dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, sono arrivati al 6%: oltre 350 mila ragazzi e ragazze dalla terza primaria in poi.
Quindi la domanda ha senso: che sta succedendo?
La prima cosa da ricordare è che nel 2010 è arrivata la legge 170, quella che ha finalmente riconosciuto dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia (forme di neurodivergenza che nella scuola vengono raccolte sotto la sigla DSA) e ha dato alle scuole strumenti per intervenire.
Prima molti di quei ragazzi avevano un’altra diagnosi, molto più rapida e meno scientifica: svogliato, distratta, pigro. E dietro ogni difficoltà c’era una sola causa: “Potrebbe fare di più”.
Con gli anni abbiamo imparato a riconoscere meglio cosa c’è sotto. E infatti uno dei più grandi studi condotti in Italia sulla dislessia, pubblicato nel 2019 e realizzato su quasi diecimila bambini tra gli otto e i dieci anni, ha scoperto una cosa abbastanza impressionante: quasi due bambini con dislessia su tre non erano mai stati diagnosticati prima.

C’è poi un altro dato curioso. Nel 2022/2023 gli studenti con DSA erano il 7,9% nel Nord-Ovest e il 6,7% nel Nord-Est. Al Sud e nelle Isole appena il 2,8%. Eppure gli studi sulla prevalenza della dislessia non mostrano differenze geografiche di queste proporzioni.
Tradotto: è molto difficile credere che al Nord nascano quasi tre volte più ragazzi con DSA. È molto più probabile che cambino l’accesso alle diagnosi, i servizi disponibili, l’attenzione delle scuole, le possibilità economiche delle famiglie.
Il motivo per cui oggi vediamo tante più diagnosi, insomma, è almeno in parte lo stesso per cui oggi vediamo molte più stelle: sono migliorati i telescopi.
Capito?
Erano lì, davanti a noi, e nessuno li vedeva. Senza contare quanti degli adulti di oggi che hanno provato a sottoporsi a esami diagnostici possono riconoscersi in questo racconto: a scuola era un disastro, anni a sentirsi semplicemente stupidi, e invece la ragione forse era una neurodivergenza.
A questo punto, però, è tempo di farci la domanda più scomoda: possibile che oggi qualcuno sfrutti tutto questo per trarne dei vantaggi? Possibile che qualche famiglia cerchi una certificazione sperando che il figlio abbia meno compiti, meno richieste, interrogazioni più facili?
Può succedere. Sarebbe ingenuo dire che sia impossibile.
Il punto è che non abbiamo dati che dimostrino l’esistenza di un fenomeno diffuso di diagnosi fasulle o compiacenti ottenute per rendere la scuola più facile. Ci possono essere casi, ma non esistono dati che permettano di parlare di un fenomeno diffuso.
Quella che manca ancora, forse, è una cultura della neurodivergenza, purtroppo ancora oggi associata dall’opinione pubblica e anche da alcuni addetti ai lavori a una sorta di limite assoluto: se ce l’hai, puoi arrivare al massimo fino a lì. Spesso viene patologizzata, e questo porta molti ad associarla a una sorta di dispensa dal lavoro e dalla fatica. Insomma: ad abbassare subito l’asticella.
No, non funziona così.
Un ragazzo con dislessia può leggere Guerra e pace, magari con tempi e modi alternativi. Una ragazza con discalculia può studiare matematica e comprenderne i concetti. Un ragazzo con disgrafia può avere moltissimo da dire, anche se per scriverlo avrà bisogno di strumenti diversi.
E quindi?
Abbiamo fatto un enorme passo avanti imparando a riconoscere difficoltà che un tempo liquidavamo come pigrizia. Ora dobbiamo evitare che il pendolo vada troppo lontano: che ogni fatica diventi automaticamente un disturbo, che una diagnosi finisca per descrivere l’intero ragazzo e soprattutto che un aiuto diventi un motivo per aspettarsi meno da lui.
Insomma: la diagnosi serve per capire da dove partire, non per decidere in anticipo quanto lontano si può arrivare.
L’AUTORE – Enrico Galiano, insegnante e scrittore friulano classe ’77, in classe come sui social, dove è molto seguito, sa come parlare ai ragazzi.
Dopo il successo di romanzi (tutti usciti per Garzanti) come Eppure cadiamo felici, Tutta la vita che vuoi, Felici contro il mondo, e Più forte di ogni addio, ha pubblicato un libro particolare, Basta un attimo per tornare bambini, illustrato da Sara Di Francescantonio. È poi tornato al romanzo con Dormi stanotte sul mio cuore, e sempre per Garzanti è uscito il suo primo saggio, L’arte di sbagliare alla grande. Con Salani, Galiano ha quindi pubblicato la sua prima storia per ragazzi, La società segreta dei salvaparole. Ed è poi uscito, ancora per Garzanti, il suo secondo saggio, Scuola di felicità per eterni ripetenti.
Dopo il romanzo Geografia di un dolore perfetto, è tornato in libreria con Una vita non basta, e ha poi pubblicato, sempre con Salani, il secondo libro per ragazzi, L’incredibile avventura di un super-errore. Con Garzanti nel 2025 è poi uscito il romanzo Quel posto che chiami casa, e con Einaudi Stile Libero, nel 2026, Il cuore non va a dormire.
Il suo nuovo libro è Il mio migliore amico è un fantasma (Salani).
Qui è possibile leggere tutti gli articoli scritti da Galiano per il nostro sito, con cui collabora con costanza da diversi anni (anche con dei video per Instagram e TikTok).
Fonte: www.illibraio.it