Dal Medioevo, la biblioteca di Richard De Bury, una cattedrale dedicata ai libri – di Luca Cena

di Luca Cena | 31.12.2025

Immaginate di varcare la soglia di un antico maniero inglese del XIV secolo: una volta che vi siete lasciati alle spalle l’imponente ingresso principale, percorrete il corridoio di pietra i cui archi si susseguono dando il ritmo ai vostri passi. In fondo al corridoio troverete una grande porta in legno di quercia, e spingendola sentirete il cigolio
dei cardini.

Ed ecco che davanti a voi si apre la biblioteca di Richard De Bury: una cattedrale dedicata ai libri, dove la luce dorata filtra da strette finestre, morbida sulle venature del legno che riempie i pochi spazi lasciati liberi dai volumi. State respirando un profumo inconfondibile: un aroma misto di carta, cera d’api, incenso e legno.

La felicità di leggere libri

Sugli scaffali alti e imponenti, silenziosi custodi di un tesoro inestimabile, ogni libro è protetto dalla sua legatura in pelle o pergamena, e contribuisce a dare all’intera stanza una tinta calda e accogliente. Alcuni volumi sono assicurati ai ripiani da catenelle: non certo per avarizia, ma per proteggerli dal disordine del mondo.

In un angolo, un tavolo massiccio di rovere regge un grande manoscritto aperto, le pagine illuminate da una candela. E lì accanto, seduto davanti a un leggio, Richard De Bury intinge la penna d’oca nel calamaio, e scrive.

Il silenzio è totale, eppure ospitale, colmo del respiro degli antichi.

È il 1344 e in questo luogo Richard De Bury trascorre le sue ore migliori, impegnato a scrivere il Philobiblon: un trattato che dichiara sin dal titolo, composto dalle parole greche philéo, «amo», e bíblon, «libro», il suo amore per i libri. De Bury è infatti convinto che ogni volume custodisca un’anima, una scintilla di verità eterna che lo collega al passato e, magicamente, al futuro.

Visionario diplomatico alla corte inglese, monaco benedettino, cancelliere di re Edoardo III, di cui era stato precettore, e vescovo di Durham, De Bury è passato alla storia come uno dei più appassionati bibliofili che la storia dell’uomo abbia mai conosciuto.

Il collezionista di libri è una figura unica, quasi anomala, nel grande panorama dei raccoglitori di beni materiali. A differenza di chi accumula gemme scintillanti, dipinti rari o manufatti preziosi, il collezionista di libri non cerca il valore estetico o puramente decorativo dell’oggetto, ma dedica la propria ricerca e le proprie cure a ciò che illumina la mente e nutre l’anima. Perché un libro non è solo materia: è memoria, pensiero, esperienza e immaginazione.

Richard De Bury, nel XIV secolo, intuì tutto questo con una lucidità straordinaria. Sapeva che i libri erano la sua più grande ricchezza non perché gli dessero prestigio, ma perché gli consentivano di dialogare con menti che non aveva mai incontrato e di esplorare mondi che non avrebbe mai potuto vedere. Scrisse il Philobiblon in un momento cruciale della storia europea, quando le università medievali iniziavano a fiorire, la cultura scritta a diffondersi, i libri a uscire dai monasteri per raggiungere un pubblico sempre più ampio. Il suo trattato, a metà tra un elogio e una confessione, non è solo un inno ai libri, ma un grido di allarme e un invito all’azione: a preservare, ad amare e a diffondere i libri, perché senza di loro il sapere e la memoria dell’umanità rischiano di andare perduti.

Nel testo si alternano capitoli in cui l’autore argomenta l’importanza concettuale, spirituale e artistica dei libri, ad altri decisamente più pragmatici, dove si occupa per esempio della loro corretta conservazione e cura nelle biblioteche, oppure del loro valore monetario nell’ambito del già allora vivace mercato collezionistico.

Ma De Bury affronta con intelligenza anche il dilemma del rapporto tra letteratura moderna e letteratura antica, sostenendo l’importanza di scrivere libri nuovi, senza tuttavia mai dimenticare quelli del passato.

Nel Philobiblon, esprime un profondo amore per tutti i libri e sottolinea come essi rappresentino il tramite privilegiato attraverso cui la conoscenza viene trasmessa e accresciuta nel tempo. Secondo De Bury, la letteratura moderna ha il compito di arricchire il patrimonio culturale già esistente, non di sostituirlo: ogni nuova opera deve dialogare con i classici, apprendere dalle loro verità e contribuire così al progresso dell’intelletto umano.

Nel suo elogio del libro, richiama l’attenzione sulla necessità di preservare i testi antichi, spesso minacciati dall’incuria o dalla superficialità delle nuove generazioni, e invita studiosi e scrittori a considerare la tradizione come un fondamento imprescindibile per ogni nuova produzione letteraria. La sua visione riflette un equilibrio tra innovazione e conservazione: il sapere deve continuamente rinnovarsi, ma senza dimenticare le radici su cui si fonda.

Ciò che colpisce è l’incredibile attualità della sua opera, in cui l’autore dà voce a una responsabilità universale: quella di tramandare il sapere attraverso la conoscenza che non si consuma in un istante, ma si costruisce pagina dopo pagina. Nel farlo, non solo difende i libri come oggetti, ma sottolinea la loro insostituibile funzione di porti sicuri, isole cui approdare durante la nostra storia per cercare conforto nei momenti di dubbio, sollievo in quelli di solitudine e ispirazione per immaginare futuri migliori.

Ed è ancora così, oggi? La risposta, per chi ama i libri, è senza dubbio «sì».

Nonostante i cambiamenti epocali, il libro conserva intatta la sua funzione privilegiata. La tecnologia ha dotato l’essere umano di nuovi strumenti per accedere al sapere, ma il piacere di stringere tra le mani un libro sembra resistere e sopravvivere a qualsiasi innovazione. Il libro è una bussola per orientarsi in un mare di informazioni: ha un peso fisico che ci radica nel mondo e un peso simbolico che ci ricorda chi siamo e da dove veniamo. E riesce così in un’impresa ormai inimmaginabile: rallenta il tempo e ci concede quella tregua irrinunciabile e necessaria per ritrovare noi stessi. In altre parole, un libro esiste nella relazione che instaura con chi lo legge. In un’epoca in cui tutto sembra effimero e sostituibile, i libri rimangono immutabili e fedeli. Come custodi di storie e idee, continuano a ispirare chi li ama e chi li colleziona, non per semplice accumulo, ma per preservare ciò che di più prezioso esiste nelle nostre vite: il desiderio di sapere, di condividere e di ricordare.

Richard De Bury non avrebbe potuto immaginare il nostro mondo iperconnesso, ma avrebbe capito che, nonostante tutto, il libro continua a essere un faro nella nostra ricerca di significato. E continuerà a esserlo, finché ci saranno mani pronte a sfogliarlo e menti desiderose di ascoltarlo.

© 2025, Garzanti s.r.l., Milano
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

IL LIBRO E L’AUTORE DELLA PREFAZIONE – Pubblicato nel 1344 (con il titolo Philobiblon), La felicità di leggere libri è un breve trattato in cui emerge tutto l’amore e la passione del suo autore per la lettura. Richard De Bury, infatti, oltre a essere ricordato come vescovo di Durham e cancelliere di re Edoardo III, è stato un bibliofilo e un collezionista senza precedenti.

Oggi questo “inno medievale all’amore per i libri” arriva in libreria introdotto dalla prefazione – qui sopra riproposta – di Luca Cena, libraio esperto di rarità il cui profilo TikTok vanta 311mila follower e 4,9 milioni di mi piace. Cena, a sua volta autore di Il Biblionauta (Mondadori Electa) e proprietario della White Lands Rare Books, sottolinea l’attualità dell’opera e la capacità di De Bury di intuire la forza dei libri, “porti sicuri” e “ispirazione per immaginare futuri migliori”.

Fonte: www.illibraio.it