“Dona Flor e i suoi due mariti”: storia di un ex un po’ troppo ingombrante

di Jolanda Di Virgilio | 30.07.2021

Ahi!“, sospira Dona Flor, una che sa quanto sia complicato venire a capo delle faccende amorose.

Una che sa cosa voglia dire innamorarsi e soffrire, perdere e ricostruire, andare avanti e, nonostante tutto, rimanere ancorata al passato. E lo sa bene perché la sua è una storia tormentata, agitata e sventurata, ma anche una storia magica, una di quelle che, una volta che le hai scoperte, non smettono di girarti in testa. Adesso Garzanti la ripropone in una nuova edizione, con copertina di magnolie e una traduzione riveduta e aggiornata di Elena Grechi.

copertina del romanzo dona flor e i suoi due mariti dell'autore brasiliano jorge amado

Chi non ha letto l’opera di Jorge Amado (Otabuna, Bahia, 1912 – Salvador, Bahia, 2001) ha l’occasione di fare conoscenza di uno dei capolavori più apprezzati della letteratura brasiliana. Chi invece ha già provato la gioia di leggerlo, si stupirà, riprendendolo tra le mani, nel riscoprirne l’assoluta e irresistibile piacevolezza. Specialmente perché, quale che sia il periodo sentimentale che state attraversando, Dona Flor e i suoi due mariti (pubblicato per la prima volta nel 1966) si rivelerà un vero e proprio antidoto per i vostri affanni amorosi.

Un ex vi tormenta? Non riuscite più a sopportare i tradimenti del vostro partner? Amate senza essere ricambiati nel modo desiderato? Vorreste intraprendere una relazione aperta? A ogni domanda ha una risposta Dona Flor, e non solo: ha anche qualche gustosa ricetta da consigliarvi perché, insieme a una rasserenante lettura e a una risata sincera (che di sicuro il libro non vi negherà), coccolare lo stomaco è il primo passo per rasserenare gli animi.

Sarà per questo che il romanzo si apre proprio con una lettera in cui viene spiegata la ricetta della torta di puba (una specie di torta fatta di polpettine di tapioca) e con un potente interrogativo, che risuona per tutta la narrazione: “perché si deve sempre aver bisogno di due amori, perché uno non basta a riempire il cuore?“.

Il primo amore di cui parla Dona Flor è il suo primo marito, un uomo irresistibile e affascinante, passionale e focoso, ma anche, di contro, terribilmente infedele e irruente. Un farabutto dall’aria mascalzona e dal fare libertino, capace di sedurre tutti con la sua parlantina e la sua fantasia. Il suo nome è Vadinho e, nonostante tutti i suoi difetti, nonostante le sue lunghe e allegre avventure, Flor cade ai suoi piedi (e nel suo letto).

“Verme, piaga, peste, vile, abbietto, infame soggetto, miserabile canaglia!”. Si sprecano le ingiurie delle comari e delle pettegole contro il ragazzo scapestrato, ma in fondo che importa: Flor lo ama, non può fare a meno di lui. E tanto basta per farli convolare a nozze senza nemmeno passare per il fidanzamento.

Chi l’ha provata, almeno una volta nella vita, lo sa: la prima fase dell’amore è un’intensa luna di miele. Placida e sorridente, tutta in rosa e azzurro, cielo sgombro di nubi, una vera e propria festa. Dopo il primo periodo, però, arriva sempre la seconda, di fase, in cui si scoprono le carte e ci si guarda realmente negli occhi.

dona flor
Locandina di Dona Flor e seus dois maridos, film brasiliano del 1976, diretto da Bruno Barreto

Per Flor e Vadinho inizia allora una nuova stagione, confusa, perseguitata e aspra. L’uomo passa da essere santo a immondizia. Traditore. Giocatore. Sperpera tutti gli averi che ha e, appena ne ha l’occasione, intrattiene relazioni clandestine con altre donne (comprese le allieve della scuola di cucina dove insegna Dona Flor). Tanto, alla fine, sa sempre come farsi perdonare, come intrufolarsi nel letto e bisbigliare: “Solo tu sei per sempre, Flor, solo te sono capace di sopportare. Il resto è tutto xixica per passare il tempo”.

Tutto questo potrebbe andare avanti all’infinito, se non fosse che, una domenica mattina di luglio, Vadinho cade a terra morto, mentre balla la samba vestito da baiana. Una disgrazia, certo, ma anche una liberazione, forse. Flor vede il cadavere del marito defunto e scoppia in un pianto straziante. Piange tanto, Flor, e le sue sono lacrime di dolore, ma anche di vergogna, di umiliazione e di sofferenza per le sofferenze passate. In fondo la fine di ogni relazione è sempre un lutto, e ogni lutto porta con sé i suoi fantasmi.

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Passano i mesi, mesi di vedovanza, di nero e silenzio, di ombre e ricordi (tristi, felici, principalmente rimangono a galla quelli passionali). Mesi in cui Dona Flor si rintana davanti ai fornelli, nella sua Scuola Culinaria Sapore e Arte, e si consola con cocco grattugiato, uova, gamberoni, burro fuso, spicchi d’aglio, succo di limone, focacce, torte salate, dolci e manicaretti. E poi ecco una crepa, la luce: Dona Flor può tornare ad amare. All’inizio pensava che non sarebbe mai più successo, e invece, come spesso accade, torna il sereno: il cuore è di nuovo pronto per accogliere qualcuno. Non sarebbe saggio scegliere di nuovo una persona come Vadinho, e Flor tutto sommato è una donna saggia (o, almeno, lo è diventata), per questo la scelta ricade sul dottor Teodoro.

Eccolo qui, il numero due. Il contraltare. Teodoro è un uomo tutto d’un pezzo, un farmacista onesto, raffinato, preciso ed elegante. Anello al dito, camicia bianca immacolata, catena d’oro da taschino a taschino e scarpe lustrate alla perfezione. Con lui niente tribolazioni, niente xixica. L’orizzonte è calmo e promette di esserlo per sempre. Flor cede al suo corteggiamento e acconsente a sposarlo, anche se, sommessamente, una fornace la brucia ancora nel petto. “Un’acqua cheta di fuori, dentro un fuoco divorante“.

È il pensiero dell’ex che continua a tormentarla di giorno ma, soprattutto, di notte. Specialmente da quando la donna ha scoperto che Teodoro – l’abbiamo detto, uomo di grande lustro e prestigio – non le dà esattamente quello che le dava Vadinho – e non parliamo solo di preoccupazioni, ma anche di gioie e soddisfazioni. La prima notte di nozze, Flor sperimenta un’intimità diversa rispetto a quella a cui era abituata. Teodoro è delicato ma austero, rapido e distaccato. Muto, pudico. Niente a che vedere con la veemenza e lo slancio del precedente consorte.

E così il passato torna a farle visita, e non più solo nei pensieri e nei sogni: esempio fulgido di ghosting moderno, Vadinho si ripresenta dinnanzi a Flor nelle vesti di fantasma (sì, ma un fantasma piuttosto appetente, che non vede l’ora di possederla), e con lei rimane, terzo più che comodo in una relazione che effettivamente necessitava di una scossa. Vadinho, come abbiamo detto, è un ex determinato e piuttosto difficile da allontanare: lei ci prova, invoca gli spiriti, si lancia sulla magia, ma niente. Non sembra esserci intruglio che tenga.

Impossibile dunque decidere tra i due: da una parte il fidanzato perfetto (ma un po’ noioso), dall’altra quello impossibile (e, pertanto, assolutamente desiderabile). Classico conflitto che, nella maggior parte dei casi, non può avere soluzione se non quella della scelta: rinunciare a uno, per avere l’altro (o rinunciare a entrambi per avere altro). Eppure, per Flor (come forse tutti gli innamorati confusi e indecisi), la soluzione finale non può risolversi in un aut aut: perché non arrendersi? Perché lottare con i propri demoni e non, invece, conviverci, andarci a braccetto, accogliergli semplicemente nella propria vita? Dopotutto, “il piacere è cosa santa” e se il cuore è fatto per ospitare due (o più) amori, beh, chi siamo noi per dire di no.

L’AUTRICEJolanda Di Virgilio lavora nella redazione de ilLibraio.it. È co-autrice, con Sara Canfailla, del romanzo d’esordio, Non è questo che sognavo da bambina (Garzanti, in libreria a fine agosto 2021).
Nel libro, in cui chat, mail e social entrano nella narrazione (del resto, la trama vede al centro la storia dello stage della protagonista, Ida, ed è ambientata in un’agenzia di comunicazione milanese), si racconta cosa significa diventare adulti oggi: le relazioni finite prima di cominciare, il senso di impotenza di fronte a un sistema lavorativo precario e ingiusto, la frustrazione di vivere in una città difficile, dove dicono che ci sia posto per tutti dimenticandosi di dire che, in quel posto, ci si sente molto soli.

Fonte: www.illibraio.it