Una terra a tratti aspra, ma sempre succosa e generosa
Ogni frutto è legato, storicamente e artisticamente, a una o a più simbologie. Così la mela è spesso identificata con la tentazione e con la disubbidienza – ma nel mondo antico anche con la sapienza e l’amore -, il melograno con l’abbondanza, il fico con il peccato e l’albicocca con la caducità della bellezza. E poi c’è l’uva che, simbolo dell’ebrezza tra i pagani, diviene metafora della benedizione divina per i cristiani.
Non meraviglia, allora, che anche le arance siano allegoria di ricchezza, di amore e di prosperità sia in campo artistico sia letterario.
I riferimenti sono molti, dagli alberi in fiore nella Primavera del Botticelli, alle parole di Verga che nella novella La roba le definisce “un tesoro prezioso”. Altre volte invece sono una vera e propria metafora della Sicilia, come in Conversazione in Sicilia di Vittorini, romanzo in cui rappresentano l’unico pasto possibile in un mondo fatto di miseria.
In verità l’arancia è un frutto che desta in ognuno di noi ricordi, spesso legati all’infanzia. Perché non è solo un agrume profumato e di un bel colore acceso e vivo, ma è qualcosa che abbiamo avuto sempre sotto gli occhi, che abbiamo toccato, con il quale abbiamo anche giocato, magari lanciandolo da una mano all’altra, complice la sua rotondità.
Da ragazzina vivevo in una casa circondata da alberi di aranci.
Avevo la sensazione che il mio tempo fosse scandito dal loro ciclo produttivo: l’apparire dei fiori di zagara, bianchi e carnosi, con il loro odore agrumato che riempiva l’aria e attirava gli insetti, mi avvisava dell’arrivo della primavera, un po’ come faceva anche il mandorlo in fiore. Poi i petali della zagara lentamente appassivano e cadevano, lasciando sotto gli alberi per qualche giorno un manto bianco, e al centro di quello che era stato il fiore cominciava ad apparire un piccolo frutto verde e duro che pian piano cresceva portando con sé il caldo estivo e sfidandolo.
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Quando i frutti si pennellavano di arancio era ormai tornato il freddo pungente. Era il momento in cui potevo coglierli per mangiarli, era quasi Natale e le feste erano alle porte.
Ricordo che staccavo l’arancia direttamente dall’albero. Non ne portavo mai a casa più di due, mi dispiaceva che perdessero la freschezza. Sì, perché la buccia dell’arancia appena raccolta è fredda, piacevole al tatto, e la sua polpa è fresca, dissetante e dolce.
Per me l’arancia è anche il frutto della condivisione per eccellenza. Il motivo sta nella sua forma: dentro ogni scorza ci sono tanti spicchi. Così da ragazza con le amiche e con i miei fratelli, dopo i giochi all’aria aperta, mi fermavo a prendere qualche frutto dagli alberi. Non mangiavamo mai ognuno il proprio, ma ne aprivamo prima uno, poi l’altro e ci passavamo gli spicchi. Perché, si sa, non tutte le arance hanno lo stesso sapore.
Sanguinella, tarocco e vaniglia. Ognuno ha la sua varietà preferita. Io ho sempre prediletto i tarocchi, ma ricordo che era piacevole cambiare gusto ed era bello farlo insieme a chi volevo bene, chiacchierando del più o del meno. Forse per questo ancora oggi quando guardo un’arancia penso al ciclo della vita, all’amicizia e alla condivisione.
Penso a qualcosa che porta gioia nel mio cuore e vedo nell’agrume il colore della mia terra e il sapore della mia infanzia.

L’AUTRICE – Barbara Bellomo, laureata in Lettere, ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia antica e ha lavorato per diversi anni presso la cattedra di Storia romana dell’Università di Catania. All’attivo ha diverse pubblicazioni di storia romana. Attualmente insegna in una scuola superiore (qui i suoi numerosi articoli per ilLibraio.it).
Con Salani l’autrice ha pubblicato romanzi La ladra di ricordi (2016), Il terzo relitto (2017), Il peso dell’oro (2018), Il libro dei sette sigilli (2020), La casa del carrubo (2022); con Garzanti, dopo La biblioteca dei fisici scomparsi (2024), ha appena pubblicato L’incantatrice di arance (2026).
Il nuovo romanzo dell’autrice – in cui troviamo sia personaggi di finzione sia altri realmente esistiti – intreccia la storia di Catania di inizio ’90 al frutto che più la identifica, l’arancia Tarocco, svelando il mistero dietro a questa tradizione.
La trama porta infatti 1906. Il mercato del pesce catanese brulica di suoni, odori, colori. Rosetta, sedici anni, lavora tra i banchi dall’alba al tramonto. I suoi sogni restano chiusi in un cassetto che osa aprire soltanto insieme a Michele, contadino dagli occhi verdi capaci di emozionarla.
È lui a raccontarle di una nuova varietà di arance che si conserva più a lungo se avvolta nella carta oleata. In cerca di un futuro diverso, Rosetta incrocia il cammino di Concetta Campione, donna forte e determinata, proprietaria di una tipografia in cui lavorano soltanto donne. Ne resta incantata. Soprattutto da una macchina in grado di stampare immagini su una velina simile a quella che avvolge gli agrumi. Rosetta è convinta che un disegno davvero accattivante possa decretare il successo, magari anche all’estero, delle arance di Michele. Nella mente cominciano a fiorirle figure dai mille colori, si immagina a incartare ogni frutto con cura.
Ma quando il traguardo sembra vicino, il destino si pone come un avversario imprevedibile. Una notte da dimenticare rischia di mandare in frantumi ogni progetto: il padre è costretto a fuggire negli Stati Uniti e Rosetta deve rinunciare a Michele per proteggerlo. Rimasta sola, sceglie di non cedere, di difendere le proprie idee, anche a costo di soffocare un segreto che riguarda le sue origini. Ora deve solo guardare avanti e costruire il suo domani. Perché chi ha attraversato la tempesta riconosce il momento in cui il cielo finalmente si rischiara.
Fonte: www.illibraio.it