“Oppenheimer”: teoria e pratica della fine del mondo

di Matteo Columbo | 30.08.2023

Fra le citazioni geniali e spiritose di Albert Einstein (che in questo film ha un piccolo ruolo ma fondamentale), ce n’è una: “In teoria fra la teoria e la pratica non c’è differenza, in pratica sì”.

Forse non è peregrino partire da questo paradosso (che un arguto amico e mentore sintetizzava con la battuta: “il vero teorico non scopa”) per provare a guardare e ad entrare nel nuovo film di Christopher Nolan. Ritratto del “padre delle bomba atomica” Robert Oppenheimer, riduzione cinematografica, e invenzione visiva e sonora singolare, il film si basa sull’avvincente e documentatissimo librone vincitore del Pulitzer nel 2005 (Karl Bird, Martin J. Sherwin, Oppenheimer. Trionfo e caduta dell’inventore della bomba atomica, edito in Italia da Garzanti, che per l’occasione lo ha riproposto in una nuova edizione), per quella che è una riflessione stratificata sulla dismisura (il salto quantico?) fra teoria e prassi, sul percorso paradossale della conoscenza e della coscienza, del sapere e del potere, che incarna questo “moderno Prometeo” che sfida gli dei con un progetto (che ha nome Manhattan) di salvezza/distruzione, un cambio di paradigma nel rapporto fra l’uomo e il Pianeta dai risvolti storici ed etici di cui riverbera pienamente la contemporaneità.

“Dunque il poeta è veramente un ladro di fuoco!”, e anche lo scienziato. Mutuando le parole di Rimbaud sullo spirito prometeico, in questo biopic a focalizzazione interna (anche se non mancano parti “documentarie” e Nolan fortunatamente non cede alla tentazione del puro puzzle cerebrale), entriamo nel cervello del protagonista, come il regista ci ha abituato a fare, con una struttura, per quanto complessa (rispetto alla cronologia più lineare del libro, su tre piani temporali e numerosi andirivieni), meno labirintica di alcuni suoi precedenti e indubbiamente, su un piano superficiale, più didascalica (difetto che alcuni imputano al film). Eppure l’operazione che Nolan compie è calarci nell’ambiente intellettuale, nell’anima e nella scintilla di questo fisico teorico, impacciato in laboratorio, non portato per i calcoli matematici, eppure predisposto all’ascolto di un altrove invisibile, capace di visione, sia nel senso di premonizione sia di leadership: un percorso di conoscenza straordinario, pericolosissimo e ambiguo (parallelo del frutto di edenica memoria, evocato in principio), ché saggiare l’ignoto è sempre nutrimento e veleno, genesi e distruzione, rivelazione e apocalisse (che etimologicamente significa rivelazione, appunto), nascita di un nuovo mondo e fine del mondo.

Interessante come Nolan mette insieme il potente piano simbolico di questa vicenda incarnata da un eroe ambiguo, il milieu artistico culturale che inaugura il Novecento e colpisce lo scienziato (Elliot, Picasso, Stravinsky, la psicanalisi e la fisica quantistica, il sanscrito e l’olandese, Marx e Freud), per raccontare una storia dagli echi biblici nella prima parte (la concezione e la costruzione della bomba), e dai risvolti shakespeariani nella seconda (le lotte di potere del maccartismo e la punizione/umiliazione del fisico). Quella della progettazione della bomba atomica, del tradurre le intuizioni teoriche rivoluzionarie della fisica quantistica in un’arma potenzialmente capace di determinare la distruzione della specie che l’ha concepita, ha dunque i caratteri del mito, i tratti dell’eroe moderno, e gli esiti della tragedia.

Di questo percorso paradossale della conoscenza, Nolan dà conto con cura documentaria, narrazione incalzante, e una visionarietà registica a tratti notevole e incendiaria. Girando in pellicola 35mm ed evitando effetti digitali, riesce a dare corpo e materia alle intuizioni teoriche/teologiche (il primo esperimento di esplosione si chiama Trinity) con cui l’uomo diventa dio: lo spazio elementare (acqua e fuoco) che si profila è uno spazio originario di morte e bellezza, un silenzio assordante quello della detonazione (vera e propria, e interiore), una luce accecante, un ossimoro in cui gloria e dannazione coincidono (applausi e carcasse incenerite, esaltazione e vomito, esaltazione e maschere di morte), tutto rifulge e tutto brucia. Non a caso Eros e Thanatos, illuminazione e tenebre, successo e devastazione, coincidono tanto nel crescendo della potenzialità a cui fa seguito la detonazione di collaudo (e le due che finiscono il secondo conflitto mondiale) quanto, parallelamente, hanno luogo nella storia sentimentale tormentata di Oppenheimer con l’amante suicida. Non a caso le parole tradotte dal sanscrito “Sono diventato la morte, il distruttore di mondi” (citazione dal Bhagavadgītā, testo fondamentale dell’Induismo), che meriterebbero un’analisi interpretativa e una contestualizzazione a parte, sono pronunciate durante la conoscenza carnale con il personaggio della psichiatra/amante Jean Tatlock (personaggio minore ma decisivo, destinato alla morte prematura), facendo coincidere oggetto del desiderio, e l’erotismo, con un presagio terminale. Le stesse parole suggellano la consapevolezza di distruzione dello scienziato che diviene consapevole del senso profondo della sua scoperta.

Certamente il film di Nolan si regge anche intorno alla prova attoriale di Cillian Murphy, che è gangster e Indiana Jones, uomo che non c’era, un’interpretazione mimetica che porta su di sé tutta la complessità e l’ambiguità del personaggio, nel suo sguardo gelido e perso, penetrante e spaventato insieme.

Nell’ultimo terzo, in un cast stellare di amici e complici di Nolan, è l’antagonista machiavellico Lewiss Strauss, politico viscido e personaggio invidioso/vendicativo alla Saleri (in Amadeus), interpretato da un versatile e sempre bravissimo Robert Downey Jr. a dare spessore e credibilità alle trame di palazzo che condannano alla tortura (oltre al rimorso interiore che comunque lo arrovella), il protagonista, costretto a denudarsi (simbolicamente/letteralmente) di fronte a una commissione d’inchiesta sul suo supposto antipatriottismo.

Film denso e intenso, Oppenheimer merita di essere visto, rivisto e analizzato, ed è forse prematuro darne un giudizio definitivo e assoluto, ma è senz’altro un’iniezione vitale in un genere un po’ al tramonto, il film biografico, e un tassello importante della cinematografia di un autore capace di intrecciare in maniera mai banale cinema d’autore e blockbuster, incassi e plausi popolari e assoluta originalità dello sguardo, capace di trascinarci dentro e lasciarci con domande aperte, esplorando le contraddizioni dell’uomo del secolo scorso che ancora ci attraversano.

L’AUTORE: qui tutte le recensioni e gli articoli di Matteo Columbo per ilLibraio.it

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Fonte: www.illibraio.it