“Una vita lontana”: M.L. Stedman torna con una saga familiare che porta nell’Australia più selvaggia

di Redazione Il Libraio | 28.10.2026

Un cielo che si colora di un blu profondo e una terra tratteggiata da polvere rossa. Con questo forte contrasto M.L Stedman ritorna nelle librerie italiane dopo ben 14 anni dopo il suo esordio, La luce sugli oceani (edito da Garzanti), che era diventato un caso editoriale e da cui fu tratto anche un film con protagonisti Michael Fassbender, Alicia Vikander e Rachel Weisz.

Con Una vita lontana (sempre Garzanti, nella traduzione di Maria Giulia Castagnone), l’autrice torna a parlare di luoghi isolati dell’Australia occidentale (nel suo esordio le vicende si aprivano su faro di una remota isola australiana), firmando una saga familiare, un romanzo corale che si apre nel 1958.

copertina di Una vita lontana di M.L. Stedman

La famiglia dei MacBride

Stedman, originaria proprio di questi luoghi (è infatti nata a Perth nel 1971), racconta della famiglia dei MacBride, tra interrogativi morali, senso di colpa e il concetto di “dimenticamento” – “forgetment” in originale – un termine coniato dalla scrittrice per indicare “quello che dimentichi“.

“Se la cosa che ricordi si chiama ricordo, qual è la parola che indica quello che dimentichi?”.
“Credo che dovrebbe esserci una parola. Dimenticamento, per esempio. Un dimenticamento è il contrario di un ricordo”.
“Alla fine tutto diventa un dimenticamento… È triste”.
“Forse”, disse Matt. “A volte no”.

Per i MacBride, famiglia di allevatori, la terra è insieme casa e condanna. Per generazioni hanno vissuto nella polvere, quella polvere rossa in contrasto con il cielo, lottando contro i temporali improvvisi e la natura selvaggia che li minaccia.

Gli equilibri della famiglia sono compromessi

Ma il corso della vita della famiglia cambia di netto, a seguito di una tragedia a cui sopravvivono soltanto la madre, Lorna, e due figli, Rose e Matt. Senza le braccia forti del padre e del fratello maggiore, gli equilibri della famiglia sono compromessi. E ognuno di loro deve fare i conti con ciò che rimane.

Lo fanno in maniera diversa: Rose, ad esempio, scrive i suoi pensieri su un foglio e li brucia all’ombra del grande eucalipto recitando la parola “via” al contrario; Lorna, invece, si concentra con determinazione a mandare avanti la casa; infine c’è Matt, che fatica a ricordare quello che è successo: eccolo, il “dimenticamento”.

copertina di La luce sugli oceani

A proposito di questo concetto, Stedman commenta al Good Reading Magazine: “La nostra vita è plasmata da ciò che possiamo o non possiamo ricordare, e da ciò che possiamo o non possiamo dimenticare. Sono affascinata da come il ‘presente conosciuto‘ diventi il ​​’passato perduto‘”.

“Ciò che determina la nostra concezione di giusto e sbagliato”

Come sottolineato dal Guardian, la scrittrice segue le vicende dei MacBride, allevatori a capo di Meredith Downs, una fattoria di 5mila ettari, interrogandosi “su ciò che determina la nostra concezione di giusto e sbagliato, così come sul modo in cui definiamo il nostro senso di famiglia e di identità“.

Come del resto aveva fatto nel suo romanzo d’esordio, che seguiva la storia di una coppia che trovava una neonata sopravvissuta a un naufragio, decidendo di tenerla con sé.

Sullo sfondo di questi avvenimenti si dispiega una terra selvaggia e i suoi numerosi animali, una terra che Stedman, che oggi vive a Londra, guarda con nostalgia.

Proprio a proposito dell’ambientazione dei suoi romanzi in luoghi isolati, l’autrice ha raccontato: “L’isolamento intensifica il conflitto. Focalizza l’attenzione – come il sole attraverso una lente d’ingrandimento – bruciando chi ne è coinvolto. Senza distrazioni né vie di fuga fisiche, le questioni vengono ridotte all’essenziale“.

Ancora, per l’autrice “l’isolamento fisico rispecchia quello interiore dei personaggi, intrappolati nei propri dilemmi e incapaci di confidarsi, poiché farlo danneggerebbe una parte innocente. In comunità molto ristrette non c’è modo di nascondersi, non esiste un rifugio nell’anonimato, il che rende la posta in gioco ancora più alta”.

“Ho trascorso molto tempo negli archivi”

Per raccontare della storia dei MacBride, che si conclude agli inizi degli anni 2000, Stedman ha effettuato diverse ricerche, rivelando che questo aspetto è proprio uno di quelli che preferisce quando scrive: “Ho trascorso molto tempo negli archivi, consultando documenti che mi hanno lasciato le dita coperte dalla polvere rossa che ricopriva le pagine. Ho avuto la grande fortuna di parlare con allevatori, geologi e altre persone appartenenti alla generazione in cui l’economia australiana si reggeva sull’industria ovina; mi hanno raccontato le loro storie e hanno guidato la mia ricerca”.

Fonte: www.illibraio.it