Ha rovesciato i potenti dai troni
“I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce” (Lc 16,8). Il monito di Gesù è più che mai attuale. Da sempre i detentori del potere, i cosiddetti “lontani”, riescono a cogliere la potenza eversiva del Vangelo, e a temerla, mentre i credenti, per lo più, hanno anestetizzato il testo sacro riassorbendolo in un pio devozionismo e in liturgie prive di un reale coinvolgimento della persona.
Se per la pietà tradizionale Maria è la Vergine, la Santissima per eccellenza, per i potenti è una pericolosa sovversiva, una figura “irregolare” della periferia galilea che va tenuta sotto stretta sorveglianza. Per la sua energia liberatrice, il suo canto, il Magnificat, è infatti diventato nei secoli uno dei testi biblici più temuti e ostacolati dalle strutture di potere. Quando la forza del Vangelo incrocia le ingiustizie del mondo, il canto di Maria mostra tutta la sua portata dirompente.
La storia recente ne offre prove inconfutabili: in India, durante la dominazione britannica, la recita pubblica del canto venne limitata in diverse celebrazioni nel timore che alimentasse la sete di indipendenza della popolazione. In Guatemala, negli anni ’80, sotto la spietata dittatura militare del generale Ríos Montt, il testo fu messo al bando. Durante le phases più acute della repressione contro le popolazioni indigene, la stampa e la distribuzione dei foglietti liturgici con il Magnificat vennero vietate o confiscate nelle zone rurali perché considerate “propaganda sovversiva”.
In Argentina, durante gli anni della giunta militare, le autorità imposero severe restrizioni quando le Madres de Plaza de Mayo cominciarono a utilizzare le parole di Maria per esigere la verità sui loro figli desaparecidos. Nelle parrocchie di periferia e nei centri di catechismo, l’uso di canti popolari ispirati al Magnificat portava a perquisizioni, intimidazioni e arresti di catechisti e sacerdoti. Nelle Filippine, un fenomeno del tutto analogo si verificò negli anni della legge marziale sotto il regime di Marcos, quando la polizia politica proibiva la recita pubblica del testo durante le manifestazioni contadine.
Perché le parole della Madre di Dio fanno così tanta paura ai potenti? L’evangelista Luca narra che, avvertita dall’angelo Gabriele dell’inattesa maternità della parente Elisabetta, “Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda” (Lc 1,39). Maria è una giovanissima ragazza galilea, tra i dodici e i tredici anni, che si mette in viaggio da sola (il testo non menziona carovane, né la presenza protettiva di un padre o dello sposo). Soprattutto, agisce in totale autonomia, senza aver chiesto il permesso ad alcuna autorità maschile: un fatto inammissibile nella società patriarcale dell’epoca. Maria si rivela come una donna libera, indipendente, autonoma, capace di mettere a rischio la propria sicurezza pur di portare sollievo e vita a chi si trova nel bisogno.
L’aiuto che questa giovane della Galilea reca all’anziana parente della Giudea scompagina poi un preciso quadro geografico, politico e teologico. Dalla Galilea — terra di confine, di gente considerata rozza e da sempre culla di teste calde antigovernative — i Giudei non si attendevano nulla di buono. Per la tradizione profetica del nord, la monarchia non era espressione della benedizione divina, ma l’effetto dell’ira di Dio (Os 13,11), che aveva ceduto alla pretesa del popolo di avere un re come le altre nazioni (1 Sam 8). Così, mentre i Galilei mantenevano una solida convinzione antimonarchica — certi che i guai di Israele fossero nati proprio con l’istituzione del regno —, i Giudei restavano ostinatamente nostalgici del defunto regno di Davide, aggrappati al mito sbiadito di un passato glorioso.
Ebbene, proprio in casa di parenti religiosamente conservatori e legati alla discendenza davidica, la giovane galilea esplode con un inno decisamente antimonarchico, acclamando un Dio che “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1,52).
Nel Magnificat, Maria non canta un nostalgico ricordo del passato, né si rifugia in un’intima consolazione spirituale. Proclama la legge fondamentale della storia: la costante e inarrestabile azione con cui Dio capovolge le logiche del potere umano.
Per cogliere l’impatto di questa proclamazione occorre guardare da vicino la scelta linguistica dell’evangelista. Il verbo utilizzato da Luca per descrivere l’azione di Dio (“rovesciare/detronizzare”, in greco kathairéō) non indica un formale avvicendamento di governo, ma un’azione vigorosa: letteralmente significa “tirare giù con forza”, “demolire”, scardinare le strutture dell’oppressione. Inoltre, la grammatica del testo (che ricorre ai verbi al tempo aoristo) non riferisce un fatto episodico relegato al passato, né proietta la speranza in un aldilà lontano, ma esprime la modalità permanente con cui Dio agisce nel presente della storia.
Quelli che vengono “tirati giù” sono i potenti (gr. dynástai), i regnanti, i tiranni e gli oligarchi che esercitano un dominio coercitivo sugli altri. A essere innalzati sono invece gli umili (gr. tapeinoí), termine che traduce l’ebraico ‘anavim: non una generica edulcorata modestia di carattere, ma la condizione di coloro che sono letteralmente piegati e curvati sotto il peso dell’ingiustizia, i poveri e gli emarginati privi di diritti e di voce.
Il canto di Maria non è una pia illusione, ma una certezza storica: gli imperi e le tirannie che si credevano invincibili finiscono inevitabilmente per crollare sotto l’efficace azione della luce che sempre vince su ogni forma di tenebre (Gv 1,5). Gesù assicurerà infatti che la proclamazione del Vangelo da parte dei discepoli — chiamati a essere “luce del mondo” (Mt 5,14) — provocherà l’eclissi delle false divinità e il conseguente crollo dei regimi che su di esse si fondavano.
La potenza del Figlio dell’uomo smantellerà le potenze opprimenti, schiudendo per l’umanità il progressivo e irreversibile riscatto da ciò che è disumano a ciò che è profondamente e pienamente umano. Ma tutto questo non avverrà soltanto per un intervento divino: richiede l’attiva collaborazione e partecipazione di ogni credente.
L’AUTORE – Alberto Maggi (nella foto grande di Basso Cannarsa, ndr), frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme.
Biblista e assiduo collaboratore de ilLibraio.it, è una delle voci della Chiesa più ascoltate da credenti e non credenti. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (MC), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Con Garzanti ha pubblicato Chi non muore si rivede, Nostra signora degli eretici, L’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita, Di questi tempi, Due in condotta, La verità ci rende liberi (una conversazione con il vaticanista di Repubblica Paolo Rodari) e Botte e risposte – Come reagire quando la vita ci interroga. Dopo il libro dedicato alla figura di Bernadette, è tornato, sempre per Garzanti, con Brutto come il peccato.
Fonte: www.illibraio.it