“Nelle case degli altri” di Valeria Usala: il tempo per allenarsi a invecchiare

di Valeria Usala | 14.06.2026

Sono entrata Nelle case degli altri grazie a una poesia.

Un vuoto luminoso, seducente ma impossibile da riempire

Dopo un primo romanzo vitale e inconsapevole, come tutte le prime volte, sulle parole ha prevalso il silenzio; eppure non era un’assenza liberatoria, somigliava di più a un vuoto luminoso, seducente ma impossibile da riempire. Come riconoscere la prossima storia? E come scriverla evitando da una parte la copia, dall’altra il deturpamento? E una volta trovata, come custodirne il senso, pur camuffando i fatti, senza tradire la verità?

E se poi, superata questa lista di imprese, venisse fuori comunque tiepida o imprecisa, indebolita dalla paura o sovraccarica della rabbia che l’ha generata risultando, infine, banale? Forse, ma questo l’ho capito molto tempo dopo, la domanda che mi stavo davvero facendo era un’altra: come si fa a scegliere un mestiere, invece che farselo capitare?

copertina di La rinnegata di Valeria Usala
Il primo romanzo di Valeria Usala

La forma più religiosa e sintetica della scrittura

Così, per uscire dal labirinto estenuante e insidioso che spesso popola le menti incerte, analitiche come la mia – o semplicemente giovani? – è servito qualche anno, ma anche la forma più religiosa e sintetica della scrittura.

Ho comprato in una piccola libreria romana la raccolta Volevo scrivere una poesia, invece ho fatto una torta (trad. Paolo Cognetti e Isabella Zani, SUR, 2022) di Grace Paley, e l’ho letta tutta d’un fiato. A salvarmi ci ha pensato lei, con una poesia dal titolo Per mia figlia.

Era una dedica asciutta, frammentata e densa di speranza, in cui una voce rassicurante dava ristoro a un’altra, ammutolita dopo tanta fatica, con piccoli gesti di cura – concreti quanto un bicchiere d’acqua fresca – e proprio per questo preziosi.

Sono rimasta Nelle case degli altri grazie a una domanda senza risposta, affiorata dopo aver letto quelle parole, caleidoscopiche come solo le poesie sanno essere. Più la rileggevo però, meno ero sicura che quello fosse l’unico accoppiamento possibile: era una mamma che parlava alla figlia, o una figlia che parlava alla madre? Una nipote alla nonna, o una nonna alla nipote? Una scrittrice esperta a un’altra in erba, o una divinità alla sua creatura? O forse un io futuro, che invitava l’io presente a non lasciarsi scoraggiare dai dubbi?

Un valido controsenso su cui lavorare

A quel punto ero certa che valesse la pena prendere un bel respiro, sedersi e bere anch’io quel bicchiere d’acqua fresca; non per risolvere l’enigma ma per tornare, finalmente, a scrivere. Mi sentivo stanca, anzi stanchissima. E avevo meno di trent’anni. Si può essere vecchi rimanendo giovani, e giovani rimanendo vecchi? Mi sembrava un valido controsenso sul quale lavorare, una metafora del presente contraddittorio che ci circonda in cui l’eredità diventa incombenza e la cura un peso, la guerra una necessità e la pace un pensiero infantile. E invece è chiaro che, tanto le meraviglie quanto le nefandezze del mondo, ci riguardano. Tutti. Sempre.

Da qui il perimetro di un condominio – che, si sa, contiene spesso il mondo intero – per iniziare a misurare la superficie del problema. Li ho visti comparire come per magia, quei vecchi sconosciuti e insieme familiari, sulla facciata di un palazzo decadente; avevano ancora poco tempo ma tante energie e memorie da tramandare, in modi e quantità inversamente proporzionali alla mia. Abitando questa distanza, pagina dopo pagina, ho capito il vero protagonista della storia; e non erano né i giovani né i vecchi.

Ho vagato Nelle case degli altri abbastanza da realizzare che è il tempo che passa, il centro di tutto. Quello del calendario e quello che ci scorre dentro. Capire cosa farne è l’unico modo che abbiamo per scegliere: un lavoro, una casa, un amore, un sogno, un ideale su cui puntare, una paura da sconfiggere, una responsabilità da assumersi o una speranza a cui aggrapparci. A me il tempo, alla fine di quel vuoto luminoso, ha regalato una cosa piccola ma buona: la certezza che fosse proprio questa, la prossima storia da raccontare.

copertina di Nelle case degli altri di Valeria Usala

 

L’AUTRICE E IL LIBRONelle case degli altri (Garzanti) è il secondo romanzo della scrittrice Valeria Usala. Diplomata in filmmaking all’Ateneo del Cinema di Roma, e in Storytelling alla Scuola Holden di Torino, l’autrice (qui i suoi articoli scritti per il nostro sito) insegna scrittura creativa, sia in presenza sia online, tra Cagliari e Torino.

Dopo l’apprezzato esordio del 2021 con La rinnegata, Usala nel nuovo libro porta lettrici e lettori al numero 78 di via Geras, dove tutto sembra aver ceduto con discrezione: l’intonaco si sfoglia agli angoli, crepe sottili attraversano in silenzio le pareti… Come il palazzo, anche le vite degli inquilini sembrano reggersi per abitudine, in un equilibrio fragile e ostinato. Come quella di Luciano, che nella vita è stato fedele soltanto alle parole crociate e alle Lucky Strike; o quella di ldo e Nora, che hanno condiviso un’esistenza intera e ora si spartiscono la stanchezza del tempo; e ancora quella di Ugo, orologiaio scorbutico, capace di riparare qualunque meccanismo, ma disarmato quando a rompersi è qualcosa nelle persone. Dietro le porte chiuse del palazzo si consumano tante vecchiaie. Ma qualcuno, negli anni, ha imparato a conoscerli più di quanto immaginino. È una ragazza con la Moleskine bianca: solo lei custodisce ciò che resta di quelle vite dimenticate.

Nel suo secondo romanzo, Valeria Usala (che ha pubblicato racconti in antologie come Una vita vale tutto, Kappa vol.3 e I racconti della locanda) entra “nelle case degli altri” e racconta di generazioni che si credono lontane, ma finiscono per assomigliarsi.

Fonte: www.illibraio.it