“Alcesti” di Euripide, la prima tragedia greca sul sacrificio d’amore (e non solo)

di Eva Luna Mascolino | 18.04.2026

Nella primavera del 438 a.C., ad Atene, si svolsero come di consueto le cosiddette Dionisie, le celebrazioni dedicate al dio Dioniso istituite dal tiranno Pisistrato nel VI secolo a.C., e durante le quali debuttavano numerose rappresentazioni teatrali di stampo tragico o comico, che si contendevano il premio di un’apposita giuria.

A rendere particolarmente significativa l’edizione di quell’anno fu il fatto che vi partecipò anche il grande drammaturgo Euripide (485-406 a.C.), considerato fra i massimi tragediografi greci insieme a Eschilo (525-456 a.C. circa) e a Sofocle (497-406 a.C.), e che portò in scena – fra le altre – la sua opera più antica giunta fino a noi: l’Alcesti.

 

L’originalità dell’Alcesti di Euripide

Copertina del dramma Alcesti di Euripide

Oggetto di numerosissime riprese teatrali, letterarie, artistiche ed esegetiche nel corso dei secoli, l’Alcesti di Euripide (che nel 2026 è fra le rappresentazioni proposte al Teatro Greco di Siracusa, durante la prestigiosa stagione dell’INDA, con la regia di Filippo Dini e la traduzione di Elena Fabbro) costituisce per di più un unicum nella sua produzione, se consideriamo che, pur essendo rappresentata per ultima nella tetralogia di cui faceva parte, come in genere accadeva per i drammi satireschi, ha diviso la critica fra chi la ascrive a questa categoria e chi ritiene invece più opportuno definirla una tragedia.

Il motivo è presto detto: parliamo di una storia a lieto fine e in cui il profilo di Eracle viene tratteggiato come da tradizione in chiave farsesca, anche se al contempo si tratta di una vicenda incentrata su temi seri e profondi quali la morte, il sacrificio d’amore e la necessità di preservare la propria integrità.

Una peculiarità che ha contribuito a fare dell’Alcesti un’opera capace di suscitare ancora oggi dibattiti e curiosità, a maggior ragione tenendo conto del suo intreccio fuori dagli schemi rispetto al contesto culturale in cui venne rappresentato, e che si presta a molte interpretazioni complesse e affascinanti…

La trama dell’Alcesti

Ispirata a un antico mito del mondo ellenico, l’Alcesti di Euripide (che consigliamo di leggere nell’edizione Garzanti tradotta da Umberto Albini) ha per protagonista l’omonima figlia di Anassibia e di Pelia, andata in sposa ad Admeto, che era stato a lungo servito nella propria reggia nientemeno che da Apollo.

Il dio del sole, infatti, aveva ucciso i Ciclopi con i cui fulmini Zeus aveva tolto la vita a suo figlio Asclepio; così, per punizione, il re dell’Olimpo lo aveva obbligato a mettersi al servizio di Admeto, sovrano della città di Fere. E, vedendosi poi trattare con il massimo tatto dal padrone di casa, Apollo si era voluto sdebitare strappando con l’inganno una promessa alle Moire: il buon uomo sarebbe sopravvissuto al giorno della sua morte, se qualcuno si fosse immolato al posto suo.

Aino Ackté as Alcestis on the Banks of the Styx, Albert Edelfelt (olio su tela, 1902, Ateneum di Helsinki)
Aino Ackté as Alcestis on the Banks of the Styx, Albert Edelfelt (olio su tela, 1902, Ateneum di Helsinki)

Dopo il prologo affidato ad Apollo stesso, in cui viene sintetizzato questo antefatto, la storia si apre con Alcesti che, essendo giunta l’ora fatale del marito, ha già stabilito di morire al suo posto e si sta preparando alla fase del trapasso.

Admeto è annichilito, specie al pensiero che non abbiano voluto sacrificarsi i suoi genitori, ormai anziani, esonerando dall’incombenza la sua giovane moglie, e tuttavia non può che rassegnarsi a separarsi da lei e a giurarle che non si risposerà, per evitare di causare oltretutto l’ennesimo dolore ai loro figli.

Quando, però, alla reggia si presenta Eracle – che è in cerca di ospitalità durante una delle sue dodici fatiche –, Admeto lo accoglie con ogni riguardo senza rivelargli del suo lutto: sarà l’eroe greco a scoprirlo per caso e a decidere allora, mosso dalla compassione e dalla gratitudine per il suo anfitrione, di scendere nell’Ade e riportare indietro Alcesti, che dopo tre giorni di silenzio potrà tornare ad abitare tra i vivi come prima.

Un dramma moderno e anticonformista (per l’epoca)

Se osservata da una prospettiva contemporanea, quella di Alcesti si direbbe una figura controversa: è pronta a tutto per il suo uomo, perfino ad annullarsi nel senso più letterale del termine, e l’unica cosa che gli chiede in cambio è di giurarle eterna fedeltà.

Come se lei sapesse di non poter vivere senza Admeto e come se lui dovesse dimostrare a sua volta, davanti a uno slancio tanto magnanimo, di voler incarnare solo il ruolo di padre, consacrando all’altare della memoria di Alcesti qualsiasi altro orizzonte di felicità.

In realtà, nella visione di Euripide, il significato dell’opera era ben diverso: nel periodo in cui visse il tragediografo era raro imbattersi in una donna che rinunciava alla vita, e per di più per amore. I gesti eroici contemplati dall’immaginario collettivo erano attribuiti a guerrieri o politici che, pur di non perdere l’onore, si battevano per dei princìpi militari o sociali fino alle loro estreme conseguenze.

Certo, prima di Alcesti – se parliamo di icone femminili delle rappresentazioni classiche – c’era stata Antigone (che però perde la vita per dare degna sepoltura al fratello, preferendo seguire una legge divina anziché un’ingiusta legge umana), e in seguito sarebbero arrivate Ifigenia (che, dal canto suo, acconsente a essere sacrificata dal padre per placare la dea Artemide e permettere alla flotta achea di attaccare Troia) e Fedra, la quale si suicida per l’onta di essere stata rifiutata dal figliastro Ippolito, e per accusarlo ingiustamente di averla violentata.

Ma la scelta di Alcesti è più moderna e anticonformista, perché va ricondotta a un piano privato e delle emozioni – pur mantenendo alcuni legami con la civiltà della vergogna in cui è inserita. Quali? Ebbene: altro aspetto interessante dell’opera, che merita una riflessione a sé.

La linea sottile tra sacrificio e autocompiacimento

Come ci fa intuire Euripide, Alcesti ha agito di sua libera volontà. Nessuno l’avrebbe costretta a consegnarsi agli Inferi al posto di Admeto, né era questa la speranza del marito o l’idea iniziale di Apollo. Al contrario: di solito nella polis era la donna a piangere l’amato scomparso, o al massimo un vecchio padre a dare la vita per il figlio.

Nell’opera, però, non c’è traccia del leggendario coraggio di pertinenza maschile, quanto piuttosto di un’estrema nobiltà d’animo che – anche al livello lessicale – viene ripetutamente attribuita alla protagonista: “Io ti ho reso onore fino al punto di farti vivere a prezzo della mia vita”, affermerà non a caso lei stessa, “e tu, Admeto, puoi vantarti di aver avuto la migliore delle donne“.

Che la sua generosità abbia perciò, come rovescio della medaglia, una punta di autocelebrazione?

Che avendo coscienza della sua mortalità Alcesti scelga di fare a meno degli anni ancora davanti a sé pur di diventare immortale, lasciando ai posteri un’immagine della sua persona impeccabile e inscalfibile? E che la sua grandezza sia tanto più assoluta se paragonata alla codardia dei suoceri, o anche solo alla fragilità di Admeto di fronte alla propria morte e a quella della moglie?

Tutte ipotesi plausibili e avanzate da parecchi studiosi, come fa notare Silvia Barbantani nella curatela all’Alcesti edita da Carlo Signorelli Editore, in cui si sottolinea la presenza di varie discordanze non solo “sulla valutazione della figura di Admeto, ora ritenuto egoista e ipocrita (von Fritz, van Lennep), ora esaltato per la sua mancanza di eroismo (Bradley), ora celebrato per le sue virtù (Burnett)”, ma specialmente sul sacrificio di Alcesti, “di volta in volta giudicato come un’attestazione di amore (Diano) o di dovere” (Sicking) o, per l’appunto, “di desiderio di gloria (van Lennep)”.

Alcesti, Abramo e il valore del lieto fine

E non finisce qui, perché un’ulteriore ambivalenza è legata al fatto che l’esistenza di Alcesti acquista un senso quando lei si dichiara disposta a offrirla al marito, anche se specularmente quella di Admeto perde di valore non appena quest’ultimo capisce di doversi dividere dalla sua sposa.

A questo punto, viene spontaneo chiedersi se l’amore abbia più chance di essere preservato quando ci impegniamo ad allungare la vita di coloro a cui teniamo, pur sapendo che saranno infelici, o quando accettiamo a malincuore di lasciarli andare, certi però di aver reso dignitoso ogni loro momento sulla terra.

Se vogliamo, peraltro, la questione non è molto lontana da quella che deve affrontare Abramo, nel noto passo della Bibbia in cui Dio gli ordina di sacrificare il figlio Isacco per dimostrare la sua assoluta devozione al Signore (Genesi 22): se il patriarca obbedisce, dovrà uccidere con riluttanza il sangue del suo sangue; se si rifiuta, tradirà il Dio in cui crede, decretando come se non bastasse la rovina della sua famiglia.

Nessuna delle due scelte appare praticabile, visto che entrambe lo porterebbero a rinnegare qualcosa di sacro – un po’ come succede ad Alcesti, che all’inizio del dramma deve stabilire se rinunciare alla propria vita risparmiando quella di Admeto, o se deludere la fiducia del marito e lasciare che si compia il volere delle Moire, passando poi senza l’amato il resto dei suoi giorni.

In che modo rapportarsi a un dilemma simile? A proposito dell’episodio del Vecchio Testamento, uno spunto convincente è contenuto in uno dei saggi più celebri del sociologo e docente Francesco Alberoni, intitolato Innamoramento e amore (Garzanti, 1979), in cui si legge:

La chiave della soluzione sta nel fatto che il punto di non ritorno è richiesto, ma non esigito; è un assegno firmato ma non riscosso. Abramo sta per uccidere il figlio, ma Dio non esige il sacrificio. Entrambi hanno superato la prova.

Una considerazione che ci aiuta a far luce anche sull’epilogo dell’Alcesti. Nell’economia dell’opera, infatti, a essere davvero in pericolo non è l’uno o l’altro coniuge, ma la tenuta del sentimento che li accomuna: un affetto che verrebbe compromesso tanto da una separazione dei corpi quanto da un atto di ignominia, e la cui purezza può essere tutelata solo se, alla resa dei conti, i due rimarranno uniti fisicamente ed eticamente.

L’importante, quindi, è che i personaggi prendano intanto una decisione, dimostrando per lo meno nelle intenzioni la loro caratura morale. Dopodiché, citando la conclusione a cui giunge Euripide, “ciò che sembrava dovesse avvenire non viene compiuto, / e le cose inaspettate il dio trova un mezzo per realizzarle” – o tramite un angelo che ferma all’ultimo secondo la mano di Abramo, sostituendo suo figlio con un ariete, o grazie a Eracle che trova Alcesti negli Inferi e la riconduce in Tessaglia (il famoso deus ex machina).

Così, a chi l’avrà meritato, saranno restituiti sia l’onore che la gioia. Mentre a noi – spettatori e spettatrici della loro sorte – verrà ricordato che il segreto non è sforzarci di tenere a distanza la morte a qualunque costo, ma avere qualcosa o qualcuno per cui valga la pena vivere le stagioni che ci saranno concesse.

Fonte: www.illibraio.it