“Cime tempestose”: cosa resta del libro di Emily Brontë nel film di Emerald Fennell?

di Eva Luna Mascolino | 17.02.2026

Cime tempestose di Emerald Fennell: quando il trailer è già il film

Se c’è una cosa evidente fin dalla prima scena del film (un’impiccagione di piazza dark, sconcia e variopinta), è che nel suo Cime tempestose”, volutamente posto fra virgolette e con una locandina in bilico fra Dracula e Via col vento, Emerald Fennell – già regista di Una donna promettente nel 2020 e di Saltburn nel 2023 – ha mantenuto tutte le promesse del trailer.

L’azzeccata colonna sonora di Charli XCX al crocevia tra Billie Eilish e una Enya in versione pop, i costumi opulenti, visionari e deliberatamente infedeli di Jacqueline Durran, l’atmosfera saturata e soffocante di un’Inghilterra a tinte gotiche, magnificata dalla fotografia di Linus Sandgren… Ma non solo.

Catherine Earnshaw (Charlotte Mellington/Margot Robbie) perde i capelli e gli occhi scuri.

Heathcliff (Owen Cooper/Jacob Elordi) che, nel capolavoro letterario dell’autrice inglese Emily Brontë (1818-1848) da cui è tratta la pellicola, viene descritto come “un piccolo Lascar, o un bandito, americano o spagnolo” (cfr. l’edizione italiana Garzanti tradotta da Rosina Binetti), ha i lineamenti di un gentleman caucasico.

Edgar Linton, qui non più fratello naturale di Isabella (Alison Oliver), è interpretato dall’attore di origini pakistane e angloscozzesi Shazad Latif, e la domestica Nelly, originaria dello Yorkshire, dall’attrice thailandese Hong Chau.

E queste, appunto, erano notizie già di dominio pubblico.

https://www.youtube.com/watch?v=RCP_dTrpeVk

Ciò di cui invece abbiamo poi conferma vedendo il film, dopo mesi di speculazioni(ri)letture, (ri)edizioni e risalite in classifica di questo grande classico della letteratura, è che i veri protagonisti sono gli spazi chiusi, dalla stamberga di Wuthering Heights alla sfavillante Thrushcross Grange (per cui è inevitabile l’associazione con Marie Antoinette di Sofia Coppola); laddove la brughiera (dalle reminiscenze medievali e alla Game of Thrones) non ruggisce più e smette di essere uno dei motori dell’azione – nonché della fascinazione di chi guarda.

I personaggi, dal canto loro, sono stati ridimensionati di numero e nelle loro sfaccettature, svolgendo un ruolo più bidimensionale e funzionale alla trama (basti pensare al padre di Catherine, un Martin Clunes comunque in ottima forma). E, a proposito di trama, una buona fetta delle decisioni – e delle scene – a cui assistiamo ruota davvero intorno al sesso.

Scelte di forma, scelte di sostanza

La locandina del film Cime tempestose di Emerald Fennell
La locandina del film “Cime tempestose” di Emerald Fennell

Scelte per lo più di forma, dunque, ma al tempo stesso di sostanza.

Perché per esempio, in Cime tempestose di Emily Brontë, Catherine e Heathcliff crescono come fratelli, spontanei e selvaggi, ben prima di interrogarsi sulla sensualità del loro corpo, e covano un desiderio più viscerale che carnale, orientato a un possesso più profondo, pericoloso e totalizzante: quello dell’anima l’uno dell’altra, dei pensieri, della vita stessa.

Il loro strazio, di conseguenza, non dipende dal fatto di non poter andare a letto insieme (altrimenti nessuno potrebbe impedirglielo, e Fennell ce ne dà ripetutamente la prova), quanto dal non poter diventare marito e moglie – ergo custodi incontrastati del loro reciproco destino anche agli occhi di chi li circonda –, tant’è che sarà proprio questo mancato riconoscimento sul piano sociale a generare in Heathcliff il senso di rifiuto e tradimento alla base della sua vendetta.

Ora: se la loro intimità simbiotica rimanesse intatta nella trasposizione di Fennell, l’enfasi che dedica ai rapporti fisici non farebbe battere ciglio, anzi. Mentre il punto è che viene ridotta a qualche scena mélo di loro due da bambini che anticipa già l’intero plot, e alle iniziali “C+H” incise su una roccia. Compenetrazione, questa sconosciuta.

Si dirà che, quantomeno, le inquadrature horny di un Jacob Elordi che passa da un look/mood alla Gesù di Nazareth a quello compiaciuto di un bad guy in cosplay ottocentesco, che non si è neanche curato di togliersi l’orecchino, renderanno più godibile questo stravolgimento.

Quando invece, al netto di un paio di momenti più indovinati, la pellicola rinuncia a qualunque tensione erotica, buttando lì un po’ a caso – e un po’ troppo a freddo – le solite soluzioni harmony che credono di creare scandalo, ma che di fatto non hanno niente di scabroso o di pioneristico (selle, catene, primi piani di schiene nude, gocce di rugiada e dita immerse in una gelatina di carne o nel tuorlo di un uovo), e che mancano di un vero collegamento con la sensibilità dei personaggi.

Una metamorfosi pervasiva

L’unica eccezione (poco felice, perché poco contestualizzata) è costituita da una Catherine che dal niente inizia a masturbarsi nella brughiera per una manciata di secondi: poteva diventare un atto di caparbia emancipazione, peccato però che, nel frattempo, il personaggio abbia perso il piglio orgoglioso e ribelle che la distingueva dall’ennesima ragazzetta pronta solo a impuntarsi (o a eccitarsi) per un nonnulla.

Un discorso analogo vale per Isabella – svuotata della sua bellezza interiore ed esteriore a fronte di un’esacerbata competizione con Catherine, e di una vera e propria dipendenza dalle dinamiche master/slave del BDSM – e per Nelly, trasformata in un’antagonista sottile e calcolatrice, e forse influenzata da un’attrazione repressa per Catherine.

Ma soprattutto per Edgar, sempre impegnato e distratto, incapace degli slanci di tenerezza e amore sano che nel romanzo lo rendevano ben più che un buon partito a cui unirsi per convenienza, e che chiude Catherine in una casa di bambola di ibseniana memoria per il capriccio di passare con lei appena appena la notte di nozze.

Da allora, infatti, i due vivono e dormono poi in camere separate, il che faciliterà furbescamente le arrampicate di Heathcliff fino al balcone di Catherine, nell’aperto e poco riuscito tentativo di ricalcare il Romeo e Giulietta di William Shakespeare.

E Heathcliff, vero protagonista di Cime tempestose, che nella versione letteraria sopravvive all’amata infestando la vita di chiunque abbia avuto a che fare anche solo indirettamente con lei? Qui è un ibrido depotenziato e tutt’altro che minaccioso, metà Christian Grey di Cinquanta sfumature di grigio e metà visconte di Valmont delle Relazioni pericolose.

Sembra trarre piacere (specialmente corporeo) dal torturare Isabella e Catherine – nel film soprannominata anche Cathy e Cath, con dei diminutivi a cui Heathcliff non osa mai ricorrere nel libro –, e tuttavia ha perso il contatto con la parte più animalesca di sé.

Quella indomita e tossica che dovrebbe portare al parossismo il suo regolamento di conti, e che qui al contrario parte da un impeto di gelosia omicida verso Edgar e si annacqua via via che manda a Catherine una lettera implorante dopo l’altra senza ottenere risposta, finendo a piangere docile premuroso al suo capezzale, quando lei muore e lui la prega con un filo di voce di non abbandonarlo (rispettando perciò solo nel contenuto, e non nei toni, uno dei passaggi più citati di sempre del romanzo)…

Cime tempestose in chiave YA

L’intenzione di Fennell di discostarsi dal testo di Emily Brontë era nota fin dall’inizio: “Volevo creare un film che distillasse le sensazioni di quando avevo letto il libro a 14 anni“, aveva spiegato in un’intervista riportata anche dal Guardian, “quelle di quando ci si innamora a livelli catastrofici“.

Una scelta di posizionamento non solo legittima ma, soprattutto, chiarificatrice.

Dopo i tanti dibattiti delle scorse settimane, infatti, se guardiamo la pellicola in quest’ottica, ogni cosa appare al suo posto: gli eccessi estetici (anzi, di aesthetic), il bondage, i “tipi” umani, le vibes più tenebrose che tempestose.

E perfino i romance trope ormai spopolati negli ultimi anni – da un mix di enemies to lovers e friends to lovers, a quello ben più controverso del touch her and die –, con i vari trigger warning annessi e connessi (violenza domestica, alcolismo, bullismo, gaslighting…).

Non solo un film dai tratti spicy, quindi, ma che a questo punto potremmo spingerci a definire Young Adult/New Adult: in altre parole, nato dai ricordi adolescenziali di Fennell e (elemento ancora più importante) concepito poi con la stessa consapevolezza per un pubblico di adolescenti e giovani adulti.

Questo spiega la grafica del titolo e le frasi catchy della campagna marketing, che con i dovuti distinguo rievocano i tempi d’oro della saga fantasy di Twilight (d’altronde, pure Heathcliff assomiglia ora a una sorta di vampiro sexy che succhia a Catherine ogni parvenza di stabilità – oltre alle dita, d’accordo, non trascuriamo il dettaglio delle dita), nonché il motivo per il quale Cime tempestose è presentato nel trailer come “La più grande storia d’amore di tutti i tempi“.

In verità, Emily Brontë non voleva scrivere una storia romantica, né un libro sull’amore eterno, bensì dare voce a una doppia deriva morale, che porta Catherine a tradire il suo cuore e Heathcliff a tradire la sua umanità.

E tuttavia ha senso spostare il tradimento sul piano relazionale, e puntare sull’incompatibilità fra i protagonisti e sulla voluttà (non per forza originale e sofisticata) di due corpi che crescono a distanza ravvicinata, se l’obiettivo è quello di stuzzicare le reazioni di chi è in piena pubertà.

Cosa resta di Cime tempestose?

Alla luce di questo, ha senso perfino l’assenza di molte figure secondarie – una fra tutte Hindley, il fratello di Catherine –, visto che più sottotrame avrebbero distolto l’attenzione dal tallonamento perpetuo dei protagonisti.

Eppure, se da un lato Fennell puntava a un retelling efficiente e appetibile per le nuove generazioni, dall’altro lato il problema del suo adattamento in stile fanfiction sta nell’aver spogliato Cime tempestose di tutto ciò che lo rendeva Cime tempestose.

I dialoghi che non riprendono l’opera parola per parola sono cliché e telefonati, i tempi dilatatissimi, i temi più vicini a Madame Bovary o a L’amante di Lady Chatterley. Scompare la suspense, si interrompe sul più bello l’arco narrativo di Heathcliff, non si spezza la catena generazionale di amori distruttivi innescata dai protagonisti, e a monte non si riconosce più la mano di Emily Brontë.

Certo, ognuno nei libri ha il diritto di vedere ed equivocare ciò che vuole, ma dopo aver guardato il film viene spontaneo chiedersi che cosa volesse equivocare di preciso Emerald Fennell. Che cosa ci propone, di nuovo o di diverso, rispetto al libro? Oltre alla sua (splendida) cornice, c’è da ammirare anche un quadro o solo il sogno a occhi aperti di una teenager?

Perché la sua regia ha tolto da una parte e non ha messo dall’altra, ecco. E si tratta di una presa di posizione sacrosanta, ma priva di rielaborazioni di spessore. Interessante, e per alcuni versi notevole, ma senza stratificazioni che vadano oltre l’autoevidenza di un sentimental drama come ne conosciamo a bizzeffe.

QUIZ – Quanto conosci Cime tempestose? Mettiti alla prova

Così, per via di questo sbilanciamento, di questo equivoco per l’equivoco, rischieremmo a conti fatti di ritrovarci a mani vuote.

Se non fosse che poi, in un estremo sforzo di messa a fuoco, ripensando al pubblico YA e NA che si allontana dalla sala con uno struggimento e una compartecipazione non indifferenti, finiamo per accettare che di tanto in tanto il cinema in generale – e il Cime tempestose di Fennell in particolare – possa anche solo optare per un’operazione di empatia nei confronti di spettatori e spettatrici.

Io vi vedo“, sembra voler dire la regista ai più giovani, “e so come vi sentite. Le vostre fantasie potranno apparirvi banali, esagerate e scomposte. A momenti, ridicole. E potreste credere che il vostro mondo interiore sia poco rassicurante, compiuto e significativo. Ma sappiate che per ora va bene così. E che non c’è altro che dobbiate dimostrare, né a voi stessi né al mondo”. Fine della storia.

Fonte: www.illibraio.it