Davvero le scadenze uccidono la creatività? La scrittrice Alice Basso svela il suo segreto…

di Alice Basso | 30.06.2023

C’è una striscia del mio fumetto preferito di sempre, Calvin & Hobbes, che periodicamente ritorna nei miei pensieri.

Calvin ha sei anni, deve fare i compiti (una specie di tema) e ovviamente sta giocando in cortile. Hobbes, la sua tigre di pezza che si anima e parla un po’ come fosse la sua coscienza, gli chiede come vada con il tema, e Calvin, vagamente indignato: “Sto aspettando l’ispirazione! Non è mica un rubinetto che puoi aprire a tuo piacimento: devi essere nel giusto stato d’animo.” Hobbes: “E sarebbe?”. Calvin: “Il panico dell’ultimo minuto“.

Oh, Calvin. Quanta verità. Hai sei anni ma sai già praticamente tutto quello che c’è da sapere sull’età adulta (quello, più il fatto che verrà un giorno in cui una volta che ti sarai chinato per prendere qualcosa da terra ti chiederai cos’altro puoi fare già che sei lì, come diceva Bob Hope).

Parliamo di scadenze. No, facciamo un passo indietro: parliamo di una scrittrice che parla di scadenze.

Io lo so che c’è gente a cui suona strano. Tutto il mondo ha a che fare con le scadenze, ma per qualche ragione aleggia questa opinione comune per cui i lavori creativi, diciamo pure artistici, di scadenze non ne devono avere, non ne devono proprio voler sapere, perché l’ispirazione è una cosa sacra che dipende da quando al Dio Apollo gira di guardar giù e farti grat-grat sulla testa col suo rametto di alloro.

Vi svelo un segreto: anche noi mangiamo.

(Io, poi. Io mangio come una cisterna, diciamolo.)

Mangiare significa che il cibo ce lo dobbiamo comprare, che significa che dobbiamo guadagnare dei soldi, che significa che dobbiamo vendere qualcosa, che significa che questo qualcosa, che poi è la nostra “arte”, deve diventare un prodotto commerciabile; che significa che c’è gente che deve aiutarci a trasformare la nostra roba impalpabile in roba che si palpi eccome e si esponga e si venda, che significa che siamo dentro a una catena produttiva; che significa, in ultima analisi, che, sì: abbiamo delle scadenze.

Come tutti gli altri disgraziati membri della catena produttiva in questione.

Perché altrimenti:

(scenario: zona macchinette del caffè di Importante Gruppo Editoriale)

“Questo mese dovevo disegnare la copertina del nuovo libro di (autore dell’Importante Gruppo Editoriale) ma niente, non c’è nessun libro, quindi niente lavoro.”

“Ma perché non c’è nessun libro?! Come sarebbe? Aveva detto che lo consegnava il mese scorso!

(Fa tristemente sgocciolare la bacchettina con cui ha appena tristemente mescolato il triste caffè della macchinetta) “Niente Apollo.”

“Niente Apollo?! Ma ha provato con i sacrifici animali? Una capra: ad Apo’ piacciono, di solito si fa vivo!”

“Macché, dice che han provato pure con la primogenita del capo del commerciale. Niente. Oddio, Zeus un po’ s’è interessato, ma quello là sappiamo com’è fatto, e comunque ci vuole Apollo, punto.”

(Tristemente abbandonano la sala caffè.)

Insomma, non si può aspettare Apollo.

Ora. Attorno alla questione scadenze ci sono due scuole di pensiero. Una è quella secondo la quale le scadenze incentivano la creatività, imprimono slancio ai neuroni, accendono le idee. La seconda è quella per la quale le scadenze causano frustrazione, burn-out, fanno venire voglia di ribaltare le scrivanie e chiudere ripetutatemente la testa del boss nello sportello della fotocopiatrice, insomma innescano sì un sacco di cose ma di certo non la creatività.

Francamente avrei voluto metterle in ordine di crescente componente comico-grottesca, ma non so quale delle due sia peggio. Ho pure trovato degli articoli, eh. Degli studi accademici. Ce n’è uno che mi è molto piaciuto (anche perché è pieno di case histories, e quando arrivi alla fine vorresti scrivere a tutti i nomi finti citati nella ricerca ed esprimere solidarietà a ciascuno di loro) che si intitola Creativity under the Gun, coordinato da Teresa Amabile della Harvard Business School. Inizia dicendo che questa fama dell’utilità delle scadenze è talmente radicata che, se prendi un gruppo di persone e chiedi loro di lavorare in corsa contro il tempo, e contemporaneamente di tenere sotto controllo sé stesse per poterti poi dire come si sono sentite, queste ritengono sinceramente di avere lavorato meglio.

“Mi sentivo più energica.”

“C’era il collega che continuava a ripetere: ‘okay, ma se devo fare questo lavoro in questo tempo, quale parte del mio lavoro normale devo tagliare per farci stare quest’altro lavoro più urgente?, perché è palese che entrambe le cose non le posso umanamente fare’ e bla bla bla, e io volevo solo farlo stare zitto perché io ero un treno in corsa e lui mi stava demotivando!”

E soprattutto: “Mi sento di affermare con convinzione di avere raggiunto risultati migliori del solito”.

Poi la ricercatrice va a vedere, e non sto a dettagliarvi come misura e giudica i risultati in questione, ma la sorprendente verità è che: no, ciccino. Tu credi di avere raggiunto risultati migliori della tua media. Forse perché li hai raggiunti in condizioni più difficili e in tempo minore e quindi a parità di risultato ti senti più figo per esserci arrivato. Ma la verità è che non hai combinato proprio una mazza di niente di geniale, di speciale o di notevole.

Quindi lavorare sotto deadline non produce proprio nessun risultatone genialone. Anzi, produce una manica di gente stanca da far schifo, con le camicie pezzate e un disperato bisogno di andare a casa a incontrare il cuscino e uno spazzolino da denti, e in più puerilmente, ridicolmente, esageratamente fiera di avere prodotto la stessa identica cosa che avrebbe prodotto anche in condizioni normali, ma con una settimana di preavviso in più.

Chi ne guadagna? Il datore di lavoro, ovviamente, che ha ottenuto lo stesso risultato (non migliore) che avrebbe avuto pagando la stessa gente quella settimana in più.

E questa fondamentalmente è la ragione per cui ai colloqui di lavoro il candidato disperato, affamato e disposto a tutto sa istintivamente di dover sfoderare un sorriso marmoreo e pronunciare la formula rituale con cui i giapponesi chiedono la katana per il seppuku, che in italiano suona più o meno: “le scadenze non mi spaventano, anzi, mi stimolano: io adoro lavorare in situazioni di emergenza“.

Certo, ci crediamo. Quello, e farti strappare le unghie dei piedi con un amo da pesca.

Comunque. Un altro articolo, di cui non ricordo gli estremi perché anch’io sto lavorando sotto scadenza per consegnare questo pezzo e dunque prendo appunti in maniera insoddisfacente (ah ah! Forse ho appena trovato come volgere a mio favore questa nuova scoperta!), diceva più o meno la stessa cosa, ma facendo anche a latere le pulci al concetto di “efficienza”. Ti inventi soluzioni per risolvere un casino tecnico, o per arrivare a consegnare un prodotto che abbia tutte le funzioni con cui lo avevi presentato al cliente sei mesi fa, e lo fai di corsa perché la presentazione è venerdì: è efficienza, okay, ma è produttività o creatività? Ti sei inventato qualcosa di nuovo, o hai accelerato un processo lavorativo che la tua testa avrebbe seguito comunque, magari con più calma e ricordandoti anche di bere acqua e ingerire del cibo vero a cadenza regolare?

Amabile (torniamo a lei) dice che la creatività si può paragonare alla collisione di due palle da giocoliere che normalmente seguirebbero parabole distinte (notiziona: è a stessa cosa che dice Stephen King in On Writing. Cioè che a lui le ideone vengono quando due spunti normalmente scollegati fra loro collidono e generano una terza entità. Il terrore dei pagliacci e una storia di emancipazione adolescenziale: It. Una possessione demoniaca e un’auto nuova per la quale il padrone stravede: Christine, la macchina infernale, altrimenti detto e se per una volta non fosse il padrone della macchina ad avere un’ossessione per la macchina, ma la macchina ad avere un’ossessione per il padrone? E così via, di colpo di genio in colpo di genio). Meno tempo hai a disposizione, meno rilassata è a tua mente, e meno “spazio” hanno queste parabole per espandersi, ossia meno possibilità hanno le palle di collidere. (Semmai, quello che accade è che le palle viaggiano lungo le loro parabole più velocemente, e se volete leggerla come una metafora anche a un altro livello più grezzo e commentare ridacchiando “Oh, quant’è vero!” non sarò io a oppormi.)

Tirando le fila: le scadenze rendono le aziende più produttive e gli impiegati più ridicoli e frustrati. E soprattutto uccidono la creatività, l’originalità, il genio.

E però.

E però, dentro di me – e quello che sto per dire è terribile, masochista, è il mio occhio che con orrore vede la mia mano tendersi a chiedere la katana di qualche paragrafo fa, e non so davvero perché cavolo io lo stia facendo, forse dovrei cancellare quest’ultimo paragrafo prima ancora di iniziarlo davvero –, io lo sento che cosa succede quando ho la ghigliottina di una scadenza che incombe. Io lo sento, il piccolo Calvin nella mia testa, che gioca in cortile fino all’ultima ora di luce dicendosi con la solidità dell’esperienza “non preoccuparti, non forzare, adesso la scintilla arriva”. Come l’avanguardia dei fanti che aspetta a sparare finché non vede il bianco degli occhi. Io li vedo, i neuroni antropomorfi di Siamo fatti così, che guardano calmi l’orologio da polso finché uno di loro, quello con le mostrine più alte, grida «Okay, meno due, meno uno – liberate adesso!», un maniglione viene pigiato e l’Ideona esce dalla diga e inonda la vasca. Io lo so che, quando serve, qualcosa arriva.

Secondo me ho solo un personale Apollo molto molto ritardatario che ha preso troppo da suo padre Zeus e ama tirarla lunga al chiringuito sullo Scamandro ad abbordare le ninfe.

L’AUTRICE E IL NUOVO ROMANZO  – Alice Basso è nata nel 1979 a Milano e ora vive in un ridente borgo medievale fuori Torino. Lavora per diverse case editrici. Con Garzanti ha pubblicato le avventure della ghostwriter Vani SarcaL’imprevedibile piano della scrittrice senza nomeScrivere è un mestiere pericoloso, Non ditelo allo scrittoreLa scrittrice del mistero e Un caso speciale per la ghostwriter.

Nel 2020 è uscito Il morso della vipera, il primo capitolo di una nuova serie ambientata nell’Italia degli anni ’30, con protagonista il personaggio di Anita, e nel 2021 è stata la volta de Il grido della rosa. Lo scorso anno è poi uscita una nuova avventura della stessa serie, Una stella senza luce.

Ora è in libreria per Garzanti Le aquile della notte, in cui tornano sia Anita sia gli anni ’30. La trama porta infatti nelle Langhe del 1935. La città nera di fuliggine lascia piano piano il posto alle colline che iniziano a gonfiarsi e i colori a farsi più accesi. Anita, mentre guarda dal finestrino, sa che non sta andando in vacanza, che dovrà lavorare dattilografando per la rivista di gialli Saturnalia per cui lavora, ma per lei è così raro lasciare Torino che tutto le sembra meraviglioso.

Non ringrazierà mai abbastanza la famiglia della fidanzata del suo capo per averla invitata. E inoltre è periodo di vendemmia quindi il momento ideale per visitare le Langhe. Se non fosse che poche ore dopo il loro arrivo il corpo di un ragazzo viene trovato al limitare di un bosco. In quel breve lasso di tempo Anita ha fatto in tempo a conoscerlo e a scoprire che insieme ad altri coraggiosi ragazzi si incontrava di nascosto nella boscaglia per tenere in vita gli insegnamenti degli Scout vietati dal regime. E non è l’unico atto di ribellione di quel paesino costretto a celare segreti e misteri che non possono venire alla luce. Anita rimane affascinata da tutto questo, forse anche troppo. Trascinata dal rosso rubino del vino che viene da quelle terre si lascia andare con lo scrittore Sebastiano Satta Ascona più di quanto sia raccomandato ad una ragazza della sua epoca che per di più sta per sposarsi. Ma si sa, il risveglio da una buona bevuta in compagnia può essere traumatico soprattutto se c’è una verità da scoprire e la morte di un ragazzo a cui rendere giustizia. Anita ormai sa che in quegli anni così bui solo le parole possono essere la strada giusta. Le parole che i detective che ama le hanno insegnato. Anche se il coraggio di non fermarsi davanti a nulla Anita lo ha trovato dentro di sé. E ora ha bisogno di molto coraggio perché i fili delle sue intuizioni portano dove non avrebbe mai voluto…

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Fonte: www.illibraio.it