“Don Chisciotte della Mancia”: come orientarsi prima (e dopo) la lettura del capolavoro di Cervantes?

di Eva Luna Mascolino | 20.04.2026

Considerato il primo romanzo europeo in senso moderno e pubblicato in due parti, tra il 1605 e il 1615, Don Chisciotte della Mancia è il testo più noto non solo del suo autore – il grande scrittore, poeta e drammaturgo Miguel de Cervantes Saavedra (1547-1616) –, ma della letteratura spagnola di tutti i tempi.

Un’opera-mondo, polifonica e stratificata, fra le più studiate in ambito accademico, dibattute dalla critica e riprese da artisti, cantanti, filosofi e registi.

Nonché fra quelle che citiamo più spesso nelle conversazioni di ogni giorno – pensiamo alla fama di un’espressione come “combattere contro i mulini a vento“, all’aggettivo “donchisciottesco” o alla figura di Sancho Panza, che da secoli rappresenta la saggezza popolare per antonomasia.

Don Chisciotte della Mancia: come orientarsi nella lettura?

Eppure, se dovessimo indicare più nel dettaglio di cosa parla Don Chisciotte della Mancia, potremmo trovare difficile andare al di là di qualche reminiscenza scolastica (o di lettura personale): sicuramente è centrale il tema della follia, certo, insieme al recupero delle antiche gesta cavalleresche e a una buona dose di ironia, ma… che altro?

Quale mirabolante e specifica combinazione di forma, contenuti e allusioni è riuscita a dare al romanzo uno spessore tale da renderlo tra i più acclamati coinvolgenti di sempre, nel suo alternare il fantastico e il realistico, il parodico e il mistico, il picaresco e l’eroico?

Sapendo che articolare una risposta esaustiva potrebbe essere una sfida anche per le lettrici e i lettori più navigati, in particolare per via dei numerosi riferimenti (non sempre facilissimi da cogliere) di cui è disseminato il libro, vi proponiamo di seguito una guida alla lettura pensata proprio per familiarizzare con gli aspetti più affascinanti e complessi di questo caposaldo del canone occidentale.

Un’occasione per (ri)scoprirlo e orientarsi all’interno dei suoi 126 capitoli, osservandone più da vicino la trama, i personaggi e i significati – a cominciare dalla poetica di Cervantes e fino ad arrivare all’impatto che il suo Don Chisciotte ha poi avuto e continua ad avere nell’immaginario dei secoli successivi…

 

Indice

1. La rocambolesca vita di un autore immortale

Nato nella cittadina di Alcalá de Henares nel 1547, da una famiglia di origini modeste, Miguel de Cervantes Saavedra condusse una vita avventurosa e spesso tormentata, che alimentò anche la sua produzione letteraria.

Dopo numerosi spostamenti dovuti agli scarsi guadagni del padre, frequentò il collegio a Madrid, lasciando poi la Spagna alla volta dell’Italia. Nel 1571 partecipò alla battaglia di Lepanto e perse l’uso della mano sinistra; dopodiché, nel 1575, venne catturato dai pirati algerini e passò cinque anni di prigionia ad Algeri tentando quattro volte la fuga, prima di essere liberato previo pagamento di un riscatto.

Tornato in patria, si diede a una produzione sorprendentemente eterogenea: oltre al Chisciotte, compose infatti diverse poesie (pur riconoscendo con sarcasmo di non essere favorito dalle Muse) e svariate commedie e intermezzi teatrali. Con La Galatea (1585) si cimentò peraltro nel romanzo pastorale, mentre nelle Novelle esemplari (1613) raccontò soprattutto le contraddizioni del suo tempo.

Ritratto di Miguel de Cervantes y Saavedra, Juan de Jáuregui y Aguilar (1600, olio su tavola, Real Academia de la Historia di Madrid | WikiCommons)

Formatosi a cavallo tra il ‘500 e il ‘600, Cervantes fu interprete della transizione dal Rinascimento al Barocco che avrebbe caratterizzato il Siglo de Oro (durante il quale le arti e la letteratura conobbero un enorme sviluppo), come testimoniano il suo proposito di scandagliare le illusioni, la pazzia e l’istinto per comprendere la coscienza umana, e il suo desiderio di emancipazione dai vincoli imposti dalla società.

Grande amante della cultura grecoromana – in particolare di Platone, Aristotele e Orazio – e attento lettore dei suoi contemporanei, aderì per lo più ai canoni umanistici del XVI secolo, pur portando avanti una ricerca stilistica personale e spregiudicata. Non per niente, la sua scrittura alterna frasi elaborate e simmetriche a passaggi più immediati e quasi colloquiali, specchio di una scrittura in cui il rigore formale sfuma in un’irriducibile libertà d’inventiva.

Tradizione vuole che Cervantes sia venuto a mancare a Madrid nel 1616, e più precisamente lo stesso giorno in cui a Stratford-upon-Avon si spegneva William Shakespeare (1564-1616) – cioè il 23 aprile, che dal 1996 coincide con la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore istituita dall’UNESCO. Stando alle fonti più accreditate, in realtà, dovrebbe essere morto il 22 aprile, mentre il giorno dopo fu quello in cui venne sepolto nel convento dei Trinitari Scalzi della capitale.

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2. Alle origini del capolavoro di Cervantes

“In un borgo della Mancia”, il cui nome non mi viene a mente, non molto tempo fa viveva un cavaliere di quelli con lancia nella rastrelliera, un vecchio scudo, un ronzino magro e un levriero corridore…

L’idea del Don Chisciotte maturò probabilmente durante gli anni più duri dell’esperienza biografica del suo autore: secondo alcuni, il primo abbozzo dell’opera nacque addirittura in carcere, dove Cervantes fu rinchiuso più volte per debiti e irregolarità contabili risalenti al suo periodo da esattore delle imposte.

Fu pertanto in una condizione di ristrettezze e di isolamento che prese forma il progetto di una satira dei romanzi cavallereschi, genere allora popolarissimo ma già percepito dai letterati più moralisti come nocivo, futile e diseducativo.

L’intenzione iniziale pare fosse quella di dare vita a una novella, che invece nel tempo si espanse fino a diventare un romanzo di vastissime proporzioni: la prima parte venne pubblicata a Madrid nel 1605 dall’editore Francisco de Robles e riscosse un successo eccezionale, tanto da essere ristampata più volte nel giro di pochi mesi e da arrivare rapidamente anche al di fuori della Spagna.

Il frontespizio della prima edizione spagnola del "Don Chisciotte della Mancia" (1605)
Il frontespizio della prima edizione spagnola del “Don Chisciotte della Mancia” (1605)

Cervantes non aveva però stretto un accordo vantaggioso in termini di diritti economici, e il trionfo commerciale dell’opera giovò ben poco alle sue finanze. Nonostante ciò, il testo continuò a circolare largamente e consacrò il suo nome in tutta Europa – senza contare che, con la sua scrittura, l’autore stava influenzando a tal punto il castigliano da essere poi ritenuto unanimemente il “padre” della lingua spagnola.

Nel frattempo, nel 1614, apparve un Don Chisciotte apocrifo firmato con lo pseudonimo di Alonso Fernández de Avellaneda, che portò Cervantes – probabilmente stimolato da quell’inaspettata e aperta “rivalità” – a finire di stendere quanto prima la seconda parte del suo lavoro, pubblicata nel 1615.

Nella versione spuria – che optava per un approccio satirico ma consapevole, e del cui autore non è stata ancora accertata l’identità -, il celebre cavaliere aveva rinunciato a Dulcinea ricevendo l’appellativo di cavaliere disinnamorato, e si recava a Saragozza per partecipare ai rinomati tornei della città, raggiungendo poi anche Alcalá e Madrid e finendo rinchiuso in un manicomio di Toledo.

Una continuazione credibile e che Cervantes lesse meticolosamente, ma che lo spinse a pianificare un’inversione di rotta per rivendicare l’autenticità della propria creazione: il suo secondo volume avrebbe avuto una trama e un itinerario ben diversi, avrebbe citato più volte Avellaneda per metterlo alla berlina e avrebbe incluso un incontro tra il protagonista e il “falso” Don Chisciotte, per smentirlo su tutta la linea.

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3. Don Chisciotte della Mancia: la trama completa

Dio faccia della signoria vostra un avventurosissimo cavaliere e le dia fortuna nei combattimenti…

Don Chisciotte della Mancia (che consigliamo di leggere nell’edizione Garzanti tradotta da Letizia Falzone) si apre con un prologo anticonvenzionale, in cui lo scrittore finge di lamentarsi con un amico immaginario della difficoltà di corredare il suo libro di dotti riferimenti ai classici, ricevendo di rimando il consiglio di allegarli a caso, giacché nessuno andrebbe mai a verificarli uno per uno.

Oltre a deridere la pedanteria erudita del suo tempo, smontando le convenzioni e stabilendo fin dalle prime righe un patto di sardonica complicità con chi legge, Cervantes si definisce – con un escamotage di falsa modestia – non l’autore dell’opera, ma un suo mero patrigno.

Copertina del libro Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes

Il gioco della paternità del testo viene sviscerato meglio nell’ottavo capitolo, con l’introduzione di uno dei più celebri stratagemmi metanarrativi della letteratura mondiale: qui viene infatti rivelato che il romanzo (apparentemente basato su dei fatti storici) non è che la traduzione di un manoscritto arabo, firmato da un certo Cide Hamete Benengeli e ritrovato per caso in un mercato di Toledo.

Presentandosi come semplice mediatore di una storia altrui, Cervantes potrà astutamente moltiplicare lo scarto tra autore e narratore, prendendo le distanze da eventuali scene sconvenienti e conquistandosi la fiducia del pubblico con una brillante captatio benevolentiae, dopo la quale prende piede la vicenda vera e propria (che di seguito sintetizziamo per questioni di spazio, e per non anticipare troppe sottotrame ed elementi sincretici a chi deve ancora leggere l’opera).

3.1 Prima parte

Protagonista del romanzo è Alonso Quijano, un gentiluomo di campagna di mezza età, che ha consumato i propri averi e la propria salute leggendo tante di quelle gesta cavalleresche da avere perso il senno: persuaso di essere un cavaliere errante, si ribattezza Don Chisciotte della Mancia, tira fuori una vecchia armatura arrugginita e chiama Ronzinante il suo malandato cavallo, allontanandosi da casa per andare in cerca di avventure.

Si fa nominare cavaliere in una locanda che scambia per un castello, per poi spronare l’umile Sancho Panza a seguirlo in qualità di suo scudiero, promettendogli in cambio il governo di un’isola che conquisteranno insieme. Si sceglie come dama ideale la contadina Aldonza Lorenzo – che la sua fantasia trasfigura nella mirabile Dulcinea del Toboso – e dà finalmente il via alle sue gloriose imprese lottando, fra le altre cose, con quegli iconici mulini a vento – da lui scambiati per dei giganti – contro i quali avrà sonoramente la peggio.

Non meno celebre è l’episodio che lo vede sottrarre la catinella di rame a un barbiere di passaggio, credendo che si tratti del leggendario elmo d’oro di Mambrino, e mettersela in testa con tutta la solennità del caso.

Intanto, però, il curato e il barbiere del villaggio in cui vive Alonso (con l’aiuto di sua nipote e della governante) hanno bruciato quasi tutta la sua biblioteca, presumendo che i romanzi cavallereschi siano la radice della sua follia, e ordiscono un piano per ricondurlo a casa, convincendolo di essere vittima di un incantesimo e rinchiudendolo nella gabbia di un carro. Giungiamo così alla conclusione delle sue prodezze e della prima parte della storia.

3.2 Seconda parte

Il monumento a Don Chisciotte e Sancho Panza in Plaza de España a Madrid
Il monumento a Don Chisciotte e Sancho Panza in Plaza de España a Madrid

Nella seconda parte, il meccanismo narrativo si fa più sofisticato e meno scanzonato. Ora, del resto, i personaggi dell’opera sanno di essere diventati famosi grazie a un romanzo di Miguel de Cervantes tutto dedicato a loro, sostengono di aver letto la trasposizione letteraria in questione e, all’interno di una vertiginosa cornice metanarrativa, devono fare i conti con un duca e una duchessa sfiniti dalla noia, che dopo aver scoperto della loro esistenza decidono di prendersi gioco di Don Chisciotte e Sancho organizzando una serie di beffe ai loro danni.

Simulano perciò incantesimi, messinscene e false traversie, trasformando la follia di Don Chisciotte in uno spettacolo volto solo a divertirli e nominando il povero Sancho governatore dell’isola di Barataria – un luogo inesistente, ma nell’amministrare il quale lo scudiero si rivelerà sorprendentemente accorto, eguagliando in buon senso la statura del suo padrone.

In ultimo, dopo la discesa nella grotta di Montesinos (in cui Don Chisciotte afferma di aver incontrato cavalieri incantati e dame di corte in un mondo sotterraneo che solo lui ha potuto vedere), il valoroso protagonista viene battuto in duello dal Cavaliere della Bianca Luna – ovvero Sansone Carrasco, uno studioso del villaggio travestito da paladino. E, come aveva promesso al nemico in caso di sconfitta, deve suo malgrado rinunciare per un anno alla vita cavalleresca.

Torna dunque a casa propria sconfitto e spossato, finendo per ammalarsi e riacquisendo la lucidità solo in punto di morte: appena in tempo per riconoscersi di nuovo in Alonso Quijano, disapprovare i romanzi che aveva tanto amato e rinunciare per sempre alla grandezza visionaria che gli aveva permesso di resistere alle brutture dell’esistenza (e scoraggiando, contestualmente, ulteriori stesure apocrife delle sue peripezie)…

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4. Il sistema dei personaggi

Dato il nome, e un nome tanto di suo gusto, al cavallo, volle darsene uno anche lui, e nella ricerca di esso trascorse altri otto giorni, finché decise di chiamarsi […] “Don Chisciotte della Mancia”, e con ciò gli parve di aver rivelato chiaramente il suo lignaggio e la sua patria, e di averla onorata prendendo da essa il proprio cognome.

Se vogliamo addentrarci nello sconfinato universo di segni del Don Chisciotte, un buon punto di partenza consiste nel guardare in primo luogo a chi lo abita: com’è stato congegnato dall’autore il sistema dei personaggi? Quali caratteristiche condividono gli uni con gli altri? E che relazioni sviluppano tra di loro?

Si tratta di domande che vale la pena porci per inquadrare meglio gli aspetti più peculiari dell’opera e le trovate più avanguardistiche di Cervantes – e le cui risposte ci dicono già molto sulla sua concezione della letteratura

4.1 Alonso/Don Chisciotte: da hidalgo a demiurgo

Cominciamo da Alonso Quijano, che Cervantes ci presenta come un “ingegnoso hidalgo“. Ebbene: la parola hidalgo viene da hijo de algo, cioè “figlio di qualcuno” o “di nobili origini”; peccato che ad Alonso non interessi essere figlio di nessuno e che a muoverlo non sia il desiderio di discendere, bensì quello di generare.

Più che un “maschio alpha” del suo tempo, dal canto suo preferisce essere un lettore per l’appunto ingegnoso, che anziché conquistare il mondo con la forza lo reinventerà con l’immaginazione: un eroe e al tempo stesso un antieroe, quantomeno per i canoni dell’epoca.

La follia di Alonso è infatti da intendersi come un atto creativo e quasi blasfemo, nel suo accostarsi all’operato del Padreterno: abbandonando il suo ruolo sociale e scegliendo di chiamarsi Don Chisciotte, del resto, il protagonista diventa un vero e proprio demiurgo del mondo alternativo a cui vuole dare forma. E impiega intere giornate, proprio come aveva fatto Dio nella Genesi, a dare un nome al suo cavallo e all’amata, ad alleati e nemici, producendo una realtà non da interpretare in chiave cavalleresca, ma da considerare come tale fino in fondo, e al cui interno Don Chisciotte agirà di conseguenza.

In questo modo, peraltro, Cervantes dà al suo personaggio-lettore un potere fuori dall’ordinario, lasciando che dipenda esclusivamente da lui (e non dall’autore del romanzo) la proliferazione di significati e di identità personali intorno a cui ruoterà il testo. Ragion per cui è dalla sua prospettiva che osserveremo adesso le altre figure della storia…

4.2 Sancho Panza e Dulcinea, due soggetti agli antipodi

Se Don Chisciotte è il demiurgo della situazione, Sancho Panza è lo scettico. Schietto, pragmatico e poco incline ad assecondare le bizzarrie del padrone (eppure fedele e sempre disposto a seguirlo), con il protagonista instaura fin da subito un’amicizia fondata su un disaccordo continuo e cortese – in cui Sancho tira verso la realtà triviale e Don Chisciotte verso l’ideale puro, mentre l’intreccio si nutre della loro tensione.

Di avventura in avventura, però, qualcosa è destinato a cambiare: Sancho inizia ad assorbire la visione del suo signore, ragionando come lui e mutuandone l’arguzia stravagante. Si “donchisciottizza”, insomma, passando da una confusa pietà a un’ammirazione sempre più affettuosa. Il che ci porta a pensare che la follia del “cavaliere dalla triste figura” (come lo soprannominerà Sancho stesso) sia contagiosa, e induca chi lo circonda a cambiare a propria volta sguardo sul mondo.

Agli antipodi di Sancho si colloca invece Dulcinea, che esiste solo nella mente di Don Chisciotte: può essere invocata e desiderata, ma non è quasi mai presente nella sua “vera” forma di contadina, figuriamoci in quella di nobildonna. Del resto, non dobbiamo pensarla come un personaggio, quanto piuttosto come una funzione narrativa di elevazione, che ricorda in parte le donne angelicate dei poeti stilnovisti.

Ogni cavaliere errante ha infatti bisogno di una dama a cui intitolare le proprie imprese, e Don Chisciotte non vuole certo fare eccezione. Dulcinea vive allora perché lo richiede il copione, non perché abbia una sua rilevanza specifica – ed è per questo che, quando Sancho dovrà descriverla o interagire con lei, non saprà bene come cavarsela: fuori dalla testa del suo innamorato, Dulcinea è giocoforza inconsistente.

4.3 Un realismo “alterato”

Attorno a loro ruotano poi decine di figure secondarie a cui Cervantes riserva un’attenzione forse atipica per il XVII secolo, ma sicuramente non per Don Chisciotte. Pastori, prostitute, osti, campagnole: ai suoi occhi, tutte e tutti hanno una dignità sia letteraria (e bucolica, e quasi classica) sia sociale, nonostante appartengano a un ceto molto basso e non brillino per quelle che di norma sarebbero definite “buone maniere“.

Il risultato è un significativo elogio del margine, grazie al quale i soggetti più “periferici” in termini politici e morali vengono presi sul serio dal protagonista, suscitando in lui un rispetto e un coinvolgimento emotivo altrimenti impensabili.

Siamo dunque davanti a un realismo per così dire “alterato“, che ci mostra sì il mondo per com’è, ma che dopo l’entrata in scena di Don Chisciotte costringe noi e chiunque gli orbiti intorno ad assecondare la sua follia – e a giudicare il valore dei suoi interlocutori da un punto di vista a dir poco rivoluzionario.

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5. Temi e significati del Don Chisciotte

Insomma, si assorbì tanto in quelle letture che passava le notti, dal principio alla fine, e i giorni, dalla mattina alla sera, a leggere; e così, per effetto del dormir poco e leggere molto, gli si inaridì il cervello al punto che perse il senno.

Ora che abbiamo familiarizzato con alcuni personaggi del romanzo, possiamo allargare il discorso ai temi che Cervantes intesse attorno a loro e alla Spagna dei primi del ‘600, dipinta come un Paese in trasformazione e per tanti versi in crisi.

I protagonisti si muovono infatti in un scenario in cui le campagne si stanno spopolando, la piccola nobiltà va via via impoverendosi e i valori cavallereschi e di giustizia su cui si era fondata un’intera civiltà sembrano ormai svuotati di senso. Solo Don Chisciotte, con la sua ostinata lealtà a un mondo che non c’è più, sembrerebbe resistere al disorientamento generale – ma andiamo con ordine.

5.1 La letteratura come reazione alla realtà

Uno dei primi temi che emerge dall’opera riguarda proprio il rapporto del Don Chisciotte con la tradizione cavalleresca, che Cervantes intende parodiare per i suoi eccessi e per il suo innegabile scollamento dai problemi della sua epoca, ma che al tempo stesso ama profondamente (non a caso ne cita a memoria i testi più autorevoli, dei quali poi riutilizza o rovescia le regole a suo piacimento).

Lungi dal decretare la sua morte (cosa che invece spererebbero quei censori dei “cattivi costumi” a cui accennavamo), usa perciò le avventure di Alonso Quijano come espediente per riportarla in vita, emulando gli autori dei romanzi di cappa e spada nello stesso modo in cui il suo protagonista imita i cavalieri erranti.

Parallelamente, però, il suo capolavoro è anche il palcoscenico in cui vengono evocati tra le righe i fenomeni e gli eventi più controversi del XVI secolo: l’Inquisizione, il banditismo, la pirateria, la cacciata dei Mori, le guerre turco-veneziane, la Riforma protestante… In un simile clima di incertezza, non è allora inevitabile che l’unica via di scampo resti la letteratura?

Nel contesto sempre più carente di alte aspirazioni, benessere e pilastri etici in cui Don Chisciotte è costretto a muoversi, è solo rifiutando la realtà e sublimando la finzione che potrà ancora scorgere un mondo all’altezza dei suoi ideali, in cui la nobiltà – per una volta d’animo, e non di nascita – non è ancora del tutto tramontata.

5.2 L’immoralità degli spazi e dei corpi

Da qui arriviamo a un altro tema cardine del romanzo: l’interdipendenza tra lo spazio e la moralità. Per afferrare meglio il concetto, dobbiamo partire dal presupposto che nella Spagna di Cervantes i corpi (e specialmente quelli femminili) vengono tenuti sotto controllo all’interno di un qualche spazio chiuso (case, chiese, sale amministrative, taverne, bagni pubblici…), in cui è più facile trasmettere e monitorare determinate consuetudini legate all’austerità dei costumi e all’osservanza religiosa.

Chi si avventura in uno spazio aperto senza uno scopo puntuale e giustificato, di conseguenza, se ne sta allontanando. E, più se ne allontana, più diventa sovversivo – proprio come succede a Don Chisciotte e a Sancho Panza, la cui autonomia di movimento va quindi di pari passo con una progressiva deviazione da un modello di comportamento precostituito.

IL QUIZ – QUANTO CONOSCI LA LETTERATURA SPAGNOLA?

Come se non bastasse, l’attitudine “ribelle” dei personaggi (che avevamo già intravisto nella loro cura per i più bistrattati o ridicolizzati dalla collettività) passa poi attraverso la rivendicazione e l’esibizione di un corpo spesso fragile e imperfetto – e ci riferiamo in particolare a quello del nostro eroe, probabilmente il più smilzo e acciaccato, rugoso e sciupato nel quale ci imbattiamo.

Se infatti, in un’opera più convenzionale, il protagonista avrebbe avuto un aspetto giovanile e prestante, qui la scelta di optare per un Don Chisciotte sgangherato e fuori tempo massimo – oltre a suscitare un certo “sentimento del contrario“, come lo avrebbe definito nel XX secolo lo scrittore Premio Nobel Luigi Pirandello (1867-1936) – serve a ribadire la libertà di esistere a modo proprio, occupando un posto ben diverso da quello assegnato dalla società.

5.3 La follia che si sconta morendo

Eppure, una libertà tanto sproporzionata finisce sempre per avere un costo. Potrà contribuire a partorire un mondo “altro”, che sia più buono e più giusto, e perfino a farci credere che la follia di Don Chisciotte sia più un’utopia che una forma di infermità mentale, ma il problema sorge nel momento in cui gli viene sottratta a tradimento, insieme a qualunque possibilità di essere riconquistata.

Ricondotto nello spazio grigio e angusto della vita ordinaria, il protagonista si ammala inesorabilmente di “troppa realtà“, compresso com’è in una dimensione vuota e insoddisfacente che, senza il nutrimento della letteratura, della fantasia e della speranza, lo prosciuga a poco a poco dall’interno.

Rinsavire, per lui, non è pertanto un sinonimo di guarigione, bensì di irrevocabile condanna. Ed ecco spiegato come mai, nell’epilogo, il suo personaggio si spegne anche fisicamente: relegato senza scampo tra le quattro mura da cui era partito, può sì tornare a vestire i panni di Alonso Quijano, ma perdendo al tempo stesso tutto ciò che lo aveva trasformato in un uomo sui generis, magnanimo e indimenticabile.

È dunque la morte il prezzo da pagare per aver cercato di sopravvivere capovolgendo lo status quo – una morte che sopraggiunge quando Don Chisciotte abbandona per sempre il suo progetto di riscatto. Perché dopotutto, come sostiene il filologo e docente torinese Corrado Bologna, in un’intervista rilasciata a Linkiesta sul capolavoro di Cervantes: “Se è vero che non si vive di sole utopie, è anche vero che non si vive neppure senza“…

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6. Da “il” Don Chisciotte a “un” Don Chisciotte tra tanti

Non muoia, signor padrone, non muoia. Accetti il mio consiglio, e viva molti anni, perché la maggior pazzia che possa fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morir così senza un motivo, senza che nessuno lo ammazzi, sfinito dai dispiaceri e dall’avvilimento. Su, non faccia il pigro, si alzi da questo letto, e andiamocene in campagna vestiti da pastori come s’è fissato, e chi sa che dietro a qualche siepe non si trovi la signora Dulcinea disincantata, che sia una meraviglia a vedersi.

A fronte degli aspetti che abbiamo analizzato, non stupisce che la popolarità del Don Chisciotte sia stata immediata e travolgente – basti pensare che la prima traduzione italiana, a cura del lessicografo e grammatico Lorenzo Franciosini, apparve tra il 1622 e il 1625, pochi anni dopo l’edizione spagnola, a riprova dell’impatto che il romanzo stava già esercitando sui contemporanei.

Un impatto precoce e al tempo stesso profondo, che avrebbe innescato un processo in atto ancora oggi, per il quale ci confrontiamo non più soltanto con “il” Don Chisciotte di Cervantes, ma con innumerevoli suoi simili, plasmati da chi ha reinventato “un” Don Chisciotte dopo l’altro in base alla propria sensibilità, rendendolo un archetipo aperto e capace di moltiplicarsi senza mai esaurirsi.

6.1 Fra riscritture e riletture

A spiegare l’immortale fortuna dell’opera, stando all’Enciclopedia Treccani, sarebbe in gran parte la straordinaria gamma di procedimenti narrativi orchestrati da Cervantes, che nel tempo hanno fatto del suo testo un modello imprescindibile per penne del calibro di Henry Fielding (1707-1754), Laurence Sterne (1713-1768), Charlotte Lennox (1730-1804), Gustave Flaubert (1821-1880), Alexandre Dumas padre (1802-1870), Fëdor Michajlovic Dostoevskij (1821-1881), Benito Pérez Galdós (1843-1920), John Steinbeck (1902-1968) e Graham Greene (1904-1991), giusto per citare alcune delle più autorevoli.

Per poi arrivare alle riscritture novecentesche e del XXI secolo del Chisciotte, fra cui ricordiamo Il viaggio senza fine (VandA, traduzione di Deborah Ardilli) della poetessa e attivista Monique Wittig (1935-2003), Quichotte (Mondadori, traduzione di Gianni Pannofino) del romanziere e saggista indiano naturalizzato britannico Salman Rushdie (Bombay, 1947) e Chisciotte (SEM) dell’autore di culto Antonio Moresco (Mantova, 1947), semifinalista al Premio Strega nel 2016 (con L’addio, edito da Giunti).

E non è tutto, visto che misurarsi con Don Chisciotte non vuol dire “solo” lasciarsi ispirare dal suo serbatoio di possibilità, ma anche rileggerlo per interrogarlo in ottica ermeneutica.

Lo hanno fatto intellettuali come Miguel de Unamuno (1864-1936), che nel suo Vita di don Chisciotte e Sancho Panza (Newton Compton, traduzione di Clara Serretta) propose un’interpretazione esistenziale e spirituale del romanzo, talvolta in aperta polemica con Cervantes stesso; come José Ortega y Gasset (1883-1955), che nelle Meditazioni del Chisciotte (Mimesis, a cura di Armando Savignano) elaborò una riflessione sull’identità spagnola e sulla dicotomia ideale-realtà; e come Jorge Luis Borges (1899-1986), che nel racconto Pierre Menard, autore del Chisciotte (contenuto in Finzioni, Adelphi, a cura di Antonio Melis) esplorò il paradosso di un testo eterno che però cambia significato ogni volta che viene risemantizzato.

Per non parlare di Franz Kafka (1883-1924), che ne La verità su Sancho Panza (in Tutti i racconti, Newton Compton, traduzione di Giulio Raio), ribaltò il punto di vista trasformando la “spalla” dell’opera nel vero protagonista, e Don Chisciotte in una sua proiezione. Di Milan Kundera (1929-2023), che destinò ampio spazio a Cervantes ne L’arte del romanzo (Adelphi, traduzione di Ena Marchi), indicandolo come il primo a esplorare l’ambiguità del reale e dell’umano attraverso la finzione, e di Michel Foucault (1926-1984), che nel saggio Le parole e le cose (Rizzoli, traduzione di E. A. Panaitescu) descrisse il Don Chisciotte come uno spartiacque epistemologico.

A suo dire, infatti, nell’opera il linguaggio smette di corrispondere al mondo e le parole (cioè i libri cavallereschi che ha in testa Alonso) non riescono più a ritrarre la realtà: il protagonista diventa così la figura emblematica di una crisi di senso, che è insieme personale e storica.

6.2 Don Chisciotte vive

In parallelo, peraltro, il cavaliere della Mancia non ha tardato a varcare i confini della letteratura: nel mondo dell’arte, Gustave Doré (1832-1883) ne ha illustrato le peripezie in una serie di elaboratissime tavole del 1861, seguito (fra gli altri) da Pablo Picasso (1881-1973) e da Salvador Dalí (1904-1989), che lo hanno rappresentato sulla base del loro stile inconfondibile – mentre a teatro ha ispirato molteplici adattamenti drammatici e balletti (uno tra tutti quello musicato da Aloisius Ludwig Minkus nel 1869, che ancora oggi svetta nei cartelloni di tutto il mondo), oltre a opere liriche e composizioni sinfoniche.

A “inseguirlo” a lungo è stata anche la settima arte, tant’è che dal 1903 a oggi si contano oltre 35 grandi trasposizioni, tra cortometraggi, film, cartoni animati e serie tv – fra cui spiccano la pellicola incompiuta di Orson Welles (1915-1985), ripresa e completata nel 1992 da Jesús Franco, e L’uomo che uccise Don Chisciotte di Terry Gilliam del 2018, nei quali il personaggio cervantino ha riconfermato tutta la sua inafferrabile poliedricità.

Non sono stati da meno neppure fumetti e manga – pensiamo per esempio ad Asterix in Iberia (1969) di René Goscinny (1926-1977) e Albert Uderzo (1927-2020), in cui davanti ai guerrieri galli appaiono Sancho Panza e Don Chisciotte in carne e ossa (e quest’ultimo perde la pazienza non appena si parla di mulini a vento), o al giapponese Eiichirō Oda (Kumamoto, 1975), creatore di One Piece, che ha omaggiato il romanzo battezzando “Donquixote” una delle famiglie più potenti del manga, e chiamando Rosinante uno dei suoi membri.

Senza dimenticare i cantanti e i gruppi di musica leggera, italiani e internazionali, che hanno menzionato il Don Chisciotte nei loro brani. Da Ivano Fossati e Anna Lamberti-Bocconi a Roberto Vecchioni, dai Modena City Ramblers ai Marlene Kuntz, da Carmen Consoli ai Coldplay, da Nik Kershaw ai Seventeen, e naturalmente a Francesco Guccini, che nel 2000 celebrava nella sua famosa Don Chisciotte l’idealismo di chi sa di combattere una battaglia impossibile ma necessaria.

Intonava infatti il Maestrone, ipotizzando un dialogo tra il protagonista e il suo scudiero:

In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre,
dove regna il capitale, oggi più spietatamente,
riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero
al Potere dare scacco e salvare il mondo intero?

Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro?
Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà?

Due strofe che sanciscono l’attualità del capolavoro di Cervantes – o forse, per meglio dire, la sua universalità –, ricordandoci che Alonso Quijano potrà pure aver esalato l’ultimo respiro, ma senza per questo aver trascinato con sé il suo alter ego.

Il cavaliere dalla triste figura, infatti, continua ad apparire e riapparire testardo davanti ai nostri occhi, fungendo da punto fermo dell’immaginario collettivo e rinunciando ad appartenere esclusivamente al suo autore per diventare di tutti e di tutte.

Certo, si scontra ogni giorno con la distanza tra il mondo in cui sogna di abitare e quello in cui si muove davvero, e però né si arrende né si compiange troppo. Per lo meno finché neanche noi smetteremo di credere nelle sue potenzialità, ripetendoci che – nonostante i tempi bui in cui potremmo ritrovarci – Don Chisciotte vive e potrà insistere a farlo attraverso di noi, più matto ed esuberante che mai…

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Fonte: www.illibraio.it