“Kyrie eleison”, perché? Il biblista Maggi e le novità in arrivo nella messa…

di Alberto Maggi | 27.11.2020

Nei primi quattro secoli del cristianesimo non esistevano “messali” o formulari liturgici già fissati. Ogni comunità, animata dallo Spirito, si sentiva in diritto di creare la sua liturgia con la partecipazione attiva dei fedeli. Poi, quando dal quarto secolo, il cristianesimo, da fede perseguitata si trovò a essere religione imposta, la Chiesa dovette fronteggiare una massa immensa di battezzati precettati, obbligati a partecipare, sotto pena di peccato mortale, alla messa domenicale.

Per sopperire quindi al fabbisogno di tante celebrazioni, molti monaci vennero ordinati preti. Per lo più costoro erano semianalfabeti, incapaci intellettualmente e teologicamente di poter creare una liturgia. Per questo si arrivò a fissare il contenuto con dei formulari scritti che servivano a questi preti per poter celebrare l’eucaristia in modo degno e corretto.  Se da una parte questi testi, uguali per tutta la Chiesa, assicurarono l’ortodossia delle celebrazioni, dall’altra uniformarono il rito, appiattendolo e impedendo di fatto allo Spirito di manifestarsi in nuove forme e gesti.

Fissato il messale una volta per sempre, con grande difficoltà e resistenza, la Chiesa lo attualizza e accetta modifiche che lo rendano più comprensibile e accessibile.

I tempi della Chiesa si sa sono lenti, a volte troppo: finalmente, dopo una lunga attesa, ben diciotto anni, ha visto la luce la terza edizione del Messale di Paolo VI, che sostituisce la precedente del 1983. Il suo uso nell’assemblea liturgica ne verificherà l’efficacia.

In questa nuova edizione, finalmente, è stata corretta l’inesatta traduzione del Padre nostro “non c’indurre in tentazione”, con il più idoneo “non abbandonarci alla tentazione”, e anche nel Gloria, non si legge più che la pace è donata da Dio “agli uomini di buona volontà”, ma “agli uomini amati dal Signore” (Lc 2,14), restituendo così questo inno alla teologia di Luca, secondo la quale Dio è un Padre che non ama gli uomini per i loro meriti (uomini di buona volontà), ma per i loro bisogni, perché il suo amore non è un premio, ma un dono (Lc 18,9-14), e Gesù si presenta come un medico che non è venuto per i sani, ma per i malati (Lc 5,31).

Una novità che stupisce è la preferenza accordata all’espressione greca “Kyrie eleison” rispetto al “Signore, pietà”. Già che c’erano potevano eliminare quest’invocazione che non si comprende che abbia a che vedere con la celebrazione eucaristica. Nei vangeli, infatti, si rivolgono a Gesù con il kyrie eleison, quanti non lo hanno mai conosciuto e lo incontrano per la prima volta, ma mai, una volta fatta esperienza di Gesù e del suo amore incondizionato, qualcuno dei discepoli si dirige al Signore in questo modo. Le poche volte che l’invocazione kyrie eleison appare nei vangeli è, infatti, in bocca ai ciechi, quelli che ancora non conoscono la realtà di Gesù (Mt 9,27; 20,30), o alla donna pagana al suo primo incontro con il Cristo (Mt 15,22), così come il padre del ragazzo epilettico (Mt 17,15) e i lebbrosi (Lc 17,13). Una volta conosciuto Gesù, nessuno gli rivolge questa supplica, che non può essere rivolta né al Padre, che ama i suoi figli di un amore incondizionato e conosce ciò di cui hanno bisogno prima ancora che questi glielo chiedano (Mt 6,8; 25-34), né a Gesù, che chiede espressamente ai suoi di essergli amici (Gv 15,15) e di sperimentare il suo amore “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34).

Un figlio che supplichi il Padre di avere pietà, o è terrorizzato dalla severa figura paterna, o non ne ha compreso l’amore. Ugualmente un amico che chieda all’altro di avere pietà nei suoi confronti, significa che o questa amicizia non esiste o non ne ha compreso il valore, perché il vero amico è colui che “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13,7).

Se con il kyrie si è voluto tornare al testo greco dei vangeli, lo stesso rigoroso criterio non è stato adoperato per l’Agnello di Dio,  dove ancora si legge che toglie “i peccati del mondo”. Ma l’espressione posta dall’evangelista in bocca a Giovanni il Battista è: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29). La formula liturgica, che rende l’espressione al plurale (i peccati), sottintendendo i peccati degli uomini e la loro espiazione, rischia pertanto di falsare il significato di questa affermazione. Nella Bibbia l’agnello non è indicato come animale per i sacrifici di espiazione per i peccati, che sono invece il capro (Lv 9,3), la colomba o la tortora (Lv 12,6). Gesù viene presentato quale agnello di Dio, per richiamare l’agnello che Mosè chiese al suo popolo di mangiare la notte della partenza dall’Egitto, agnello pasquale il cui sangue liberò gli Ebrei dalla morte e la cui carne fu cibo per il popolo per iniziare l’esodo verso la terra della libertà (Es 12,1-4). Per associare Gesù all’agnello pasquale, l’evangelista Giovanni  colloca la morte del Cristo all’ora stessa nella quale venivano immolati gli agnelli nel Tempio di Gerusalemme per la Pasqua (Gv 19,14) e ugualmente menzionerà l’issopo e il sangue (Gv 19,29.34), con riferimento all’aspersione col sangue dell’agnello che liberò il popolo ebraico dalla morte (Es 12,7.22ss), citando a questo riguardo esplicitamente il Libro dell’Esodo: “non gli sarà spezzato alcun osso” (Es 12,46; Gv 19,36).

E il peccato del mondo, che opprime l’umanità intera, esiste prima della venuta di Gesù; non deve essere espiato, ma eliminato. Questo peccato è il rifiuto della vita che Dio comunica agli uomini, frustrando il suo progetto sulla creazione, e la missione di Gesù sarà quella di estirpare questo peccato, comunicando a ogni uomo il suo stesso Spirito (“Colui che battezza in Spirito santo”, Gv 1,33).  Il parallelismo di “colui che battezza in Spirito santo” con “colui che toglie il peccato del mondo”, indica come Gesù, agnello di Dio, toglie il peccato: non caricandolo su di sé o facendolo suo per espiarlo, ma comunicando il suo Spirito. Gesù elimina il peccato, che è morte, dando lo Spirito, che è energia vitale che fa sgorgare nell’uomo una vita nuova e definitiva. L’azione di Gesù non consiste nel combattere contro le tenebre del mondo, ma nel comunicare agli uomini la possibilità di uscire dal loro dominio (Gv 1,5).

Il nuovo messale che vuole essere un sussidio per aiutare a vivere e celebrare con pienezza l’eucaristia, non deve essere pertanto visto come una camicia di forza che delimiti i movimenti dell’assemblea, ma come uno strumento che favorisca la sua libertà creativa, tenendo sempre presente il monito di Paolo che “la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita” (2 Cor 3,6) e avendo come punto di riferimento la Parola di Dio, la vera sorgente d’acqua viva che disseta e vivifica (Ger 2,13).

L’AUTORE – Alberto Maggi (nella foto grande di Basso Cannarsa, ndr), frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme.
Biblista e assiduo collaboratore de ilLibraio.it, è una delle voci della Chiesa più ascoltate da credenti e non credenti.
Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (MC), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Con Garzanti ha pubblicato Chi non muore si rivede, Nostra signora degli ereticiL’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita, Di questi tempi Due in condotta. Il suo nuovo libro è La verità ci rende liberi (Garzanti, in uscita a settembre), una conversazione con il vaticanista di Repubblica Paolo Rodari.

 

Fonte: www.illibraio.it