“L’ombra della suora storta”, un racconto inedito di Andrea Vitali

di Andrea Vitali | 31.10.2015

Attorno ai dieci anni vissi un periodo in cui mi capitava spesso di avere mal di pancia.

Come veniva passava.

Per ciò tacqui la cosa, tranne un pomeriggio in cui mi trovavo a casa di un mio compagno di classe. La fitta che mi colse fu più forte delle solite, non mi riuscì di dissimulare il dolore. Se ne avvide la madre del mio coetaneo che, udita la risposta alla sua domanda, esclamò:

«Speriamo che non sia una pendice!» allontanandosi poi senza aggiungere altro.

Io ripresi a fare ciò che avevo interrotto ma distrattamente, il pensiero volto a ciò che quella donna aveva detto, all’espressione che le si era dipinta sul volto.

In casa non parlai dell’accaduto.

Ma il giorno dopo, a scuola, beccai il mio compagno e gli sottoposi la questione.

Cos’era la pendice?

Nemmeno lui lo sapeva.

Promise però di informarsi presso la madre e di girarmi le informazioni, cosa che fece il giorno dopo ancora.

«La pendice», mi disse, «è una malattia che si può morire.»

La mamma del mio compagno, infatti, aveva conosciuto, naturalmente prima che morisse, uno che aveva fatto quella fine.

Un mal di pancia che andava e veniva, proprio come il mio, trascurato, proprio come stavo facendo io, fino a quando non c’era stato più niente da fare.

A quel punto non temporeggiai oltre. Raccontai in casa ciò che avevo, esagerando anche un poco frequenza e acutezza del dolore, al fine di stimolare soccorsi pressoché immediati che si realizzarono repentinamente con una visita dal dottore e con una radiografia, a confermare la diagnosi della madre del mio amico: pendice!

Bisognava operare.

Con l’animo gonfio d’orgoglio per aver battuto sul tempo medici ed esami, la mamma del mio amico venne a trovarmi in ospedale poche ore prima dell’intervento.

C’ero entrato la sera prima con addosso un inconsolabile magone.

Cantava una sorta di addio il tramonto di una fine di ottobre.

Una volta sistemato nella cameretta e lasciato solo, avevo avuto giusto il tempo di sfogare le lacrime quando dal corridoio era arrivata la sigla della trasmissione Ascolta si fa sera, sorta di prologo a una fine che non sembrava riferirsi solo a quella del giorno in corso. La voce del conduttore, le sue parole avevano soffocato del tutto la speranza di uscire vivo dall’ospedale.

La mamma del mio amico entrò in camera portando con sé l’odore dell’incenso mutuato dal passaggio nella cappelletta dell’ospedale dove era andata, spiegò, a pregare per i malati gravi che degevano nel nosocomio e soprattutto per quelli che inevitabilmente non ce l’avrebbero fatta.

Poi si rivolse a me chiedendomi se mi sentissi pronto.

Mi ero confessato?

Avevo fatto la comunione?

Perché…

Non capitava mai, quasi mai…

Ma con la dormia

Insomma, c’era stato qualcuno che non si era svegliato più.

Lei ne aveva conosciuto uno, naturalmente prima che non si svegliasse più dopo la dormia, che era morto così.

Perché, mi spiegò, a volte i dottori dicevano, come avevano detto a me, che quella era una pendice e poi, una volta aperta la pancia, si trovavano una bella, cioè, una brutta sorpresa.

Allora, per cercare di salvare il malato, dovevano star lì a tagliare e cucire per un sacco di tempo in più, il nestesista doveva dare ancora un sacco di dormia, ma senza sapere bene per quanto tempo, magari ne dava un po’ troppa e il guaio era fatto.

Certo, disse, piuttosto che darne troppo poca…

La donna stava probabilmente per dirmi di aver conosciuto, naturalmente prima che morisse, uno che era morto sotto i ferri dei chirurghi tra dolori indicibili, quando vidi la porta della camera aprirsi e, grazie a un gioco di luci, un’ombra proiettarsi sulla parete di fronte a me, proprio alle spalle della visitatrice.

Sotto i miei occhi si andò formando una figura deforme, una cosa che sulle prime mi sembrò la cima bombata di una collina da cui poi sorse un ingannevole, frastagliato tondo cui subito si accompagnò una mano ossuta che reggeva uno strumento appuntito.

«Scusate!» disse l’ombra.

La mamma del mio amico non s’era accorta di nulla.

«Scusi lei, madre», rispose rivolgendosi alla suora storta che, da sola ombra, era tornata a essere l’umano groviglio di nodi che la malattia l’aveva fatta diventare.

Notando la siringa che aveva in mano, la mamma del mio amico volle anticiparmi la notizia.

«Pellicciannina», disse.

E raggrinzì il viso in un crocevia di rughe di cui ancora oggi non so il significato.

Forse voleva avvisarmi del fatto che faceva molto male.

O forse, più probabilmente, che aveva conosciuto, naturalmente prima che morisse, uno che era morto dopo aver fatto un’iniezione di penicillina.

L’AUTORE – Andrea Vitali è tornato in libreria con La verità della suora storta (Garzanti), un nuovo divertente romanzo ambientato nella sua Bellano… Per l’occasione, ha scritto per i lettori de ilLibraio.it questo racconto inedito.

Fonte: www.illibraio.it