Vito Mancuso: “Il bisogno di pensare” è ciò che ci distingue dagli altri esseri viventi

di Redazione Il Libraio | 26.10.2017

Nel suo nuovo libro, Il bisogno di pensare (Garzanti) Vito Mancuso, teologo e filosofo, ex docente presso l’Università Vita-Salute di Milano e l’Università degli studi di Padova, ingaggia un dialogo con i suoi lettori per risalire proprio alla necessità dell’uomo di pensare, una caratteristica così peculiare da distinguerci da tutti gli altri esseri viventi.

Perché viviamo? Cosa vogliamo da noi stessi? Qual è il nostro posto nel mondo? Sono solo alcuni degli spunti di riflessione che Mancuso propone, sottolineando l’urgenza a tornare a “pensare con il cuore”, senza preconcetti, senza altro dogma che la ricerca costante del Bene.

Nel movimento ora logico ora caotico delle nostre esistenze, Il bisogno di pensare ci invita a prestare attenzione al valore infinito di ogni istante, per raggiungere quella desiderata pace interiore, l’equilibrio tanto atteso di chi ha trovato un senso al suo essere al mondo.

Per Garzanti, Mancuso ha pubblicato diversi titoli, tra i quali Io e Dio. Una guida dei perplessi, Il principio passione, Io amo. Piccola filosofia dell’amore, Il coraggio di essere liberi. Dirige la collana I Grandi Libri dello Spirito e dal 2009 è editorialista del quotidiano la Repubblica.

Per gentile concessione dell’editore, ilLibraio.it pubblica l’incipit del libro:

I. LA SORGENTE DEL PENSARE: CRITICA ED ELOGIO DEL DESIDERIO

1. Pensanti e non-pensanti

Quanti anni avete? Diciassette, ventuno, cinquantacinque, ormai quasi sessanta, o forse sono già ottanta? Qualunque età abbiate, io vi chiedo qual è il vostro punto di orientamento in questa vita che scorre, che viene da una bianca sorgente che non conosciamo e va verso un mare nero che conosciamo ancora meno. Io, alla mia età, ancora mi chiedo a cosa affidarmi per trovare direzione e sostegno, perché di un sostegno ho bisogno, questo è sicuro, questo lo sento, a volte con un dolore sottile e penetrante che mi pervade tutto il corpo, specialmente la sera. Anche voi l’avvertite talora, o non sapete neppure di cosa parlo? Mi capite, o pensate che io sia solo un disadattato cui concedere un sorriso di circostanza?
A prescindere però dall’impressione che vi faccio, la mia domanda rimane. Dopo aver scoperto il principio della leva Archimede dichiarò: «Datemi un punto di appoggio e solleverò il mondo». Ebbene io vi chiedo: quale punto di appoggio avete per sollevare il vostro mondo dalle bassure dell’esistenza quotidiana? Oppure non ve ne curate? Oppure preferite stare bassi, rasoterra, a volte persino strisciare, perché si fa meno fatica e non c’è pericolo di cadere?

Voi mi direte di farmi i fatti miei. Io però insisto e pongo la questione anche dal punto di vista dinamico chiedendo: lo sai in base a cosa ti muovi? Lo sai verso quale scopo dirigi la tua energia vitale? Sei consapevole del metodo con cui affronti la vita e del fine che vi persegui? Lo sai qual è il criterio del tuo procedere in equilibrio sulla fune della vita? Alcuni considerano questi discorsi filosofemi irritanti, altri si sentono sprofondare nella noia al solo sentirli. Conosco l’obiezione: «Vivere! A me basta vivere, seguire il mio istinto e quello che mi va! Che me ne faccio di tutte queste teorie?».
Molti la pensano così, l’aveva già osservato Goethe quando scrisse a proposito della vita: «Tutti la vivono, non molti la conoscono». Schopenhauer al suo solito era ancora più tagliente: «Se si considera attentamente quanto grande e palese sia per noi il problema dell’esistenza, di questa esistenza ambigua, tormentata, fuggevole e simile al sogno […] e se poi si osserva come tutti gli uomini – tranne alcuni pochi e rari – sembrano non rendersi conto di questo problema, anzi non esserne affatto consapevoli, bensì preoccuparsi di tutto meno che di esso […] se si riflette bene a ciò, io dico, si può cominciare a credere che l’uomo si chiami essere pensante soltanto in un senso assai lato della parola». Non c’è nulla di strano quindi, anzi nulla di originale, nel fastidio provato da molti di fronte al tentativo di indagare il senso del nostro essere qui: per chissà quante migliaia di anni siamo stati raccoglitori e cacciatori, e anche adesso lo siamo, raccogliamo e cacciamo denaro-piaceri-emozioni nutrendo in questo modo il nostro istinto vitale. Così è del tutto secondo copione che per alcuni le filosofie e le spiritualità siano solo una seccatura, e che esista unicamente la voglia di vivere e basta, senza tanti pensieri.
Per qualcuno però non è così. Sarebbe interessante chiedersi come mai. Come spiegare questa distinzione tra chi si pone le domande esistenziali e chi no? Io non so cosa rispondere, non so perché qualcuno nasce con il bisogno di pensare e qualcun altro no, per me si tratta di uno degli enigmi più grandi della condizione umana. Mi vengono in mente le parole di Norberto Bobbio, quando, cogliendo a sua volta questa linea di divisione che attraversa il genere umano, affermò che secondo lui «la differenza rilevante non passa tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti».

Io appartengo a quegli esseri umani che hanno bisogno di pensare, e sottolineo bisogno, non necessità. Nel linguaggio ordinario i due termini sono sinonimi, indicano l’urgenza di procurarsi qualcosa che manca e che serve, o anche di sbarazzarsi di qualcosa che grava e procura disagio, come quando diciamo di avere «un bisognino». Ma io qui li distinguo, intendendo la necessità come un’urgenza che nasce da fuori, da una realtà esterna al soggetto e che gli si impone, e che per questo è fredda, severa, meccanica; e intendendo il bisogno come un’urgenza che nasce da dentro e che lo rende strettamente imparentato con il desiderio, e che per questo è caldo, ardente, potenzialmente creativo. Riprendo, in altri termini, la differenza posta da Aristotele tra cose necessarie e cose buone, laddove le prime vengono amate per causa di altro in quanto servono alla vita (per esempio, il denaro), mentre le seconde vengono amate per se stesse, «anche qualora non ne derivi nulla di diverso» e per questo «devono essere dette buone in senso proprio» (per esempio, la foresta o il mare). E benché secondo i filologi l’assonanza sogno-bisogno non abbia nessun fondamento etimologico (perché sogno viene dal latino, mentre bisogno dall’antico germanico), rimane tuttavia che rispetto alla necessità che esprime la voce della dura realtà il bisogno è più vicino al sogno e alla sua capacità di generare utopia.

In quanto essere umano dotato del bisogno di pensare perché attratto dal sogno di una vita diversa e migliore, io ritengo essenziale affrontare la questione del perché si vive, soprattutto nel senso finale cui l’avverbio perché rimanda: a mio avviso si tratta della condizione indispensabile per far sì che il nostro passare su questa terra risulti un viaggio e non un disordinato vagabondaggio. Vi ripresento quindi la domanda: perché vivete? Quale scopo date al vostro essere qui? Cosa volete da voi stessi? Dove traete l’energia per camminare in equilibrio sulla fune della vita?

(Continua in libreria…)

Fonte: www.illibraio.it