“A cantare fu il cane”, il nuovo romanzo di Andrea Vitali ci riporta agli anni ’30

di Redazione Il Libraio | 22.02.2017

A cantare fu il cane, il nuovo romanzo di Andrea Vitali, medico e amato (e prolifico) autore originario di Bellano, in provincia di Lecco, si ambienta ancora una volta proprio nel suo paese natale, sul Lago di Como. È qui che, nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1937, il grido della signora Emerita Diachini in Panicarli spezza il silenzio: “Al ladro! Al ladro!”.

Il losco figuro avvistato dalla signora e acciuffato dalla guardia è Serafino Caiazzi, noto tanto per i piccoli reati quanto per le sue incapacità criminali, che sono spesso causa dei suoi fallimenti. Sembra logico dedurre che il ladro debba essere lui, ma il maresciallo ha bisogno di prove e decide di porgere visita alla signora Diachini in Panicarli che, purtroppo, non risponde al campanello; in sua vece risponde il cane, un bastardino ringhioso e aggressivo che incute non poco timore nel maresciallo.

Andrea Vitali

Con questo nuovo romanzo, l’autore di Almeno il cappello, Olive comprese, La verità della suora storta e Viva più che mai (per citare solo alcuni dei suoi romanzi, editi da Garzanti), presenta al lettore un’accattivante indagine in cui le tresche di paese si intrecciano gli sforzi dei carabinieri, e il pettegolezzo si propaga come le onde del lago, ghiotto di ogni curiosità, come quella della principessa eritrea Omosupe, illusionista del circo Astra per le sue performance, ma soprattutto per il suo ombelico scandalosamente messo in mostra. Si dice che un giovanotto del paese abbia perso la testa per lei.

Su ilLibraio.it per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto:

6.

In sé e per sé, che il Serafino Caiazzi fosse stato sorpreso a rubare non era poi una gran notizia, stava ragionando pensieroso il maestro Crispini.

Non era nuovo a certe imprese.

E poi, che imprese?

Le elemosine in chiesa, una volta, perdonato dal prevosto.

Una fila di luganeghe un’altra, dalla macelleria Rivagrassi di Varenna, incorso e beccato in pieno mezzogiorno dallo stesso macellaio che l’aveva preso per il collo, riportato in macelleria, obbligato a rimettere le luganeghe sul banchetto da cui le aveva prese e poi davanti a tutti gli aveva detto che la prossima volta, se aveva fame, avrebbe fatto meglio a dirglielo, che una bistecca o una salsiccia gliel’avrebbe regalata lui, risparmiandogli certe figure di merda.

L’unica volta in cui s’era fatto un po’ di galera, due mesi, era stato quando l’avevano pizzicato a rubare il carbone che arrivava con la ferrovia. Era stato di notte, con la luna piena, e aveva fatto un casino tale da svegliare il magazziniere Sveltoni che era lì di guardia.

Un ladro di polli, insomma, roba da quattro righe sul giornale, sempre che gliele concedessero.

C’era l’ambiente però, la cornice del fatto criminoso e misterioso. Qualcosa, anche, che dava un sapore particolare alla faccenda, visto che la casa in cui il ladro si presumeva avesse tentato di rubare era quella di un uomo, il marito dell’Emerita, impegnato in Africa nella realizzazione della strada che avrebbe collegato Addis Abeba all’Asmara. Tutto ciò si coniugava in qualche modo all’aspetto eroico del figlio di costei, il Vinci, promessa nostrana del ciclismo, che era intervenuto a difesa della madre e dell’inviolabilità del suo domicilio, pagando il fio del suo coraggio con l’ospedale.

Il Caiazzi e il Giudici poi contribuivano a rendere fosco il quadro. Ciò che tra loro era accaduto aveva il sapore di un succulento evento che un cronista di conio avrebbe raccontato con dovizia di particolari, affascinando i lettori: la notte, la fuga, l’inseguimento forse, la colluttazione, il ladro catturato e ferito o, addirittura, morente!

Guardata in quella prospettiva la cosa assumeva colori e profumi romanzeschi, ne sarebbe uscito un pezzo degno della prima pagina.

Tuttavia, ragionava il Crispini, non poteva dimenticare che scriveva per un quotidiano e non poteva riempire il pezzo con le sue fantasie o infettarlo con troppi punti interrogativi, a rischio di sentirsi dire dal solito caporedattore le cose che ormai conosceva a memoria.

Gli servivano notizie certificate.

La Damina a un certo punto, pentendosi di aver parlato poiché il Crispini l’aveva sottoposta a un mitragliamento di domande (dove, chi, quando, come, perché), gli aveva fatto capire che era ora di togliersi di mezzo, sparendo nel retro del bar dell’Imbarcadero.

Che fare?, si era chiesto il maestro.

In quel frangente gli avrebbe fatto comodo poter avere qualche chiacchiera dalla centralinista dell’ospedale Brunella Sassi al cui figlio, come ad altri, di tanto in tanto dava ripetizioni private e gratuite di qualsivoglia materia. E lei, per sdebitarsi, più di una volta l’aveva aggiornato su particolari altrimenti impossibili da conoscere riguardo a incidenti o fatti comunque degni di cronaca.

Ma non poteva fare un conto su di lei, non adesso perlomeno. Le aveva garantito sul suo onore che mai e poi mai l’avrebbe importunata sul posto di lavoro, facendole correre il rischio di essere licenziata in tronco. Avrebbe dovuto aspettare la sera per poterle parlare, ma non ne aveva il tempo.

Allora, il naso umido di curiosità, anziché riprendere la via di casa com’era solito fare, era rimasto in piazza fingendo con assai poca credibilità di essere un habitué di quel luogo a quell’ora, ma in realtà scrutando l’orizzonte in attesa che spuntasse la figura del signor maresciallo oppure, meglio ancora, quella dell’appuntato Misfatti, cui degli eventi del paese, criminali o no che fossero, non scappava mai niente e che, al modico prezzo di una citazione sul giornale, ancorché forzata, gli avrebbe di certo raccontato tutto ciò che sapeva.

Di tanto in tanto lanciava un’occhiata discreta alle finestre della caserma, sull’altro lato della strada, caso mai vedesse il profilo di uno dei due che attendeva, già presente in sede dopo gli eventi della notte. Le finestre degli uffici chiuse però erano segnale chiaro: dentro stagnava ancora l’aria del giorno prima, nessuno le aveva spalancate su quello nuovo. Inutile tentare un assalto: col brigadiere Mannu assente, i due carabinieri quasi nuovi, Virgola e Grafico, non gli avrebbero detto nemmeno mezza parola.

Conveniva attendere, ragionò il maestro Crispini.

La pazienza d’altronde era la virtù dei forti.

E vista la piega che stava prendendo la giornata si concesse in via del tutto eccezionale un secondo marsalino mentre Mariastella Maccadò rientrava a casa dopo la buona azione e portando novità.

(Continua in libreria…)

Fonte: www.illibraio.it