“L’orribile Karma di Saturno”: il racconto di Giada Sundas per “Andrà tutto bene”

di Giada Sundas | 15.04.2020

L’orribile Karma di Saturno

«Questo è l’anno della svolta», aveva detto zia Carla. Mi ha telefonato una domenica mattina di dicembre, nella fascia oraria del machicazzoèadesso, per dirmi, concitata, che il 2020 sarebbe stato il nostro anno. «Giove e Mercurio entrano in Saturno», ha detto, «Paolo Fox dice che avremo molti benefici.»
Io, che notoriamente non capisco niente già in qualsiasi ambito del creato a noi conosciuto, figuriamoci l’ignoto che va oltre il demanio terreno, mi sono dovuta sforzare tantissimo per riuscire ad assemblare quattro concetti base e formulare una risposta, che però è più o meno stata: «Spero che gli entrino uno per volta, almeno!».
Metto le mani avanti, che poi non mi si dica che pratico
l’astro shaming: nulla in contrario alle ammucchiate interplanetarie, anzi, ben felice che entrino in Saturno, che almeno si porta sempre appresso il suo Nuvaring di sassetti.
Come dicevo poc’anzi, io non brillo per particolare scaltrezza. Mia madre ha investito molte delle sue risorse gestazionali per confezionarmi un metabolismo di merda e non le è rimasto molto tempo per il resto. Ho anche una tetta un po’ strana e sottodimensionata. Si chiama Luisa. Che approfitto per salutare. Ciao, mitica.
Per quanto riguarda le carenze cognitive, invece, non mi definirei proprio sciocca, piuttosto direi perennemente confusa. Non sono in grado di fare una descrizione esaustiva delle mie costruzioni mentali, per l’appunto, ma diciamo che è come guardare l’ecografia di una gatta molto fruttuosa. Un grottesco ammasso di nebulose e qualche testicolo scambiato per nasino.

Per questo motivo ho dovuto mettere in discussione le mie considerazioni il giorno in cui, salendo le scale del condominio in cui vivo, mi sono imbattuta in un palombaro con le Crocs. Lo so che potrà sembrarvi surreale e che ora starete dubitando della veridicità delle mie affermazioni, ma giuro su Luisa che aveva le Crocs.
Verdi.
Lungi da me il voler giudicare le scelte stilistiche del prossimo, figuriamoci, i miei pianeti fanno il trenino in orbita, sono di mente apertissima, ma siamo tutti d’accordo che cuffia chirurgica, occhialoni ermetici, mascherina corazzata e tutone antiradiazioni dovrebbero essere l’uniforme universale dell’ultima persona che vedrai nella vita?
Spoiler alert: sì.

È mezzogiorno, fuori imperversa una primavera improvvisata: sole, fiori, vento tiepido aromatizzato alla braciola con l’osso. La comunità ornitologica è confusa, ieri era inverno, stamattina gli alberi indossano già le loro migliori livree verdi. Alle cinque si è sentito un boato come di migliaia di bottiglie stappate tutte insieme e un attimo dopo le foglie erano tutte lì. «Ma è Ronco?» ha chiesto il vicino. «No, è solo marzo», ha risposto dal balcone la dirimpettaia.
In casa una bambina semiliquida e pressappoco invertebrata ingombra un divano con la capacità di cinque culi con la sua sola, ambiziosissima, noia.
Da circa quindici giorni io e la suddetta scolopendra viviamo in condizione di reclusione domestica, un ignoto virus sta mietendo migliaia di vittime nel mondo e 
l’unico mezzo attualmente comprovato per contrastarlo è – attenzione – non prenderlo. E, se proprio proprio non si può farne a meno, tenerselo per sé. Queste avanguardistiche tecniche di contenimento danno come risultato una bambina semiliquida e pressappoco invertebrata che ingombra un intero divano con la guancia accartocciata sul cuscino e le sinapsi perse nell’ennesima puntata dello Straordinario mondo di Gumball.
Ci abbiamo provato, giuro, a pianificare le nostre giornate e ad arricchirle di attività stimolanti, didattica prescolare, yoga, ricette vegane e altre laboriosità per riconciliarci spiritualmente con la madreterra, ma l’entusiasmo è andato a scemare già dopo la prima settimana.
Il primo giorno sveglia presto, colazione energetica,
skin care e leggero make-up, venti minuti di pilates e si parte con una impegnata sessione di smart working per me e gattini antropomorfi da colorare per lei. «Amore sorridi che facciamo una foto per i nonni.» #quarantena #iorestoacasa #homeschooling.
Al decimo giorno risveglio secondo naturale richiamo biologico (dieci e un quarto), catapultina di caccoline degli occhi tra medio e pollice (e con lo
skin care ci siamo), colazione con Pan di Stelle intinti nella condensa del frigo e maratona di repliche di Tremors. «Amore, foto per i nonni. Sorridi. Tira su il giornale, così, fai vedere la data, brava, creiamo un alibi.»
Nel corso dei miei ventisei anni calpestabili ho avuto modo di sperimentare alcune delle principali attività dell’età adulta e fare una scrematura su base empirica delle più e meno adatte a me. Per esempio, so che sono imbattibile a far chiudere i passaggi a livello al mio arrivo, ma sono carente in istinto materno; posso portare i miei piedi alla stessa temperatura di abbattimento del sashimi di tonno senza perderne l’uso, ma non so cucinare neanche un uovo. Parcheggiare sotto l’alberovoliera più caghereccio della zona? Campionessa. Organizzare e tenere pulita una casa? Buu. Distinguere una foca da un’otaria?
Look at me. Dedizione all’esercizio fisico? Nisba.
Al netto dei risultati della mia statistica di incapacità, deduca il candidato i requisiti minimi di sistema del quarantenato e ne calcoli la buona riuscita nel caso sopra descritto.
Le regole della quarantena sono poche e semplici: non uscire, non autoinfliggersi neanche accidentalmente delle ferite di medio-alta criticità o malesseri che richiedano l’intervento del servizio sanitario, non perire. Inoltre, facoltativo, ma quasi indispensabile: essere un genitore paziente e propositivo, avere abilità culinarie perlomeno basilari, padroneggiare un pregresso e consolidato piano di gestione domestica e un accenno al vitale istinto di conservazione e preservazione del buono stato psicofisico.
Otarie? Neanche l’ombra.
Questo è il motivo per cui dopo quindici giorni più che in quarantena sembravamo ostaggi di al-Qaeda.
Abbiamo giocato a Uno, fatto il tacchino con la mano, guardato Il re leone e abbiamo pure colorato l’ottimistico arcobaleno simbolo di fiduciosa attesa della realizzazione di un ritrovato benessere. (A tal proposito mi concedo un piccolissimo excursus sugli arcobaleni: possiamo valutare anche altri eventi atmosferici come simbolo di positività e speranza? Un’aurora boreale, un cumulonembo, un vortice di bassa pressione, quello che volete, ma facciamo delle distinzioni. L’arcobaleno è ormai simbolo di molteplici correnti di pensiero e ogni volta che mi imbatto in un corteo mi prende l’ansia da prestazione. Chi saranno questi? Pacifisti? LGBT? Movimento nazisti asiatici con il morso inverso? Associazione vedove ipertese con la caldaia a condensazione? Se volete che io sostenga la vostra causa, per favore, identificatevi. Che a ogni minoranza venga assegnato un fenomeno atmosferico. Siccità, slavine, schiarite e annuvolamenti. Come vi pare, ma siate chiari.)
Ammetto che inizio a nutrire delle preoccupazioni sulle implicazioni psicologiche che questa circostanza avrà su mia figlia. Ho dovuto strapparla alla certezza della sua routine per proiettarla in una esistenza di segregazione senza prospettive scandita dal solo orario dei pasti.
«Come Rapunzel?» mi ha chiesto quando ho provato a spiegarle la situazione.
«Esattamente, ma noi non ci pettiniamo.» Grazie Disney per l’ampio ventaglio di ipotetici elementi di realtà dai quali attingere esempi pratici. Non smettere mai, che non si sa cosa ci riserva il futuro.
La mia preoccupazione converge quindi in quattro ore di ricerche sfrenate di attività stimolanti e educative su Pinterest nella speranza di ricavarne qualcosa che possa intrattenere lei e permettere a me almeno quindici minuti di lavoro continuativo. Pinterest, per chi ancora non lo conoscesse – e si guardi bene dal farlo –, non è altro che un portale per accumulatori seriali di buoni propositi. È come PornHub, ma per le madri. Su Pinterest puoi trovare tutorial su come costruire un gufo con i rotoli esauriti di carta igienica, come costruire un castello per bambole con i rotoli esauriti di carta igienica, come costruire un monolocale accatastabile con i rotoli esauriti di carta igienica. Se soffri di intestino irritabile Pinterest può aprirti innumerevoli proposte di intrattenimento. Una stecca di Toblerone e ti tiri su il Taj Mahal.
Ma tornando a mia figlia, ormai fusasi parzialmente all’ecopelle del divano, dicevo: sono preoccupata per lei. E, mi tocca ammettere, anche per me stessa e la sorte dei miei carichi pendenti, perché dopo due settimane di noia ciondolante e conseguenti lagne, ne ho le palle piene. La maternità ha eviscerato i migliori e peggiori sentimenti che si possano umanamente provare, dal primo istante. Mi sono sentita invincibile e miserabile allo stesso tempo, grata e indegna, ho pianto lacrime di commozione e ho inzuppato cuscini di senso di colpa. Non ho mai chiuso gli occhi, mai, dopo una giornata terminata esattamente come avevo preventivato.
Ho dovuto accettare la madre che sono e dare alle fiamme il fantoccio di quella che avevo deciso di essere, mai esistita. Una corsa folle verso una bozza ambiziosa di perfezione che, nel tentativo di raggiungere, mi ha fatto inciampare più volte nella mia umanità. Oggi sono una donna e una madre reale e tutto il lavoro che ho fatto su me stessa si sta accasciando come un Empire State Building di rotoli di carta igienica esauriti sotto il peso di un King Kong di peluche.
«Che cazzo li avete fatti a fare ’sti figli», schiamazzano là fuori, «se poi non avete voglia di sorbirveli.» E ancora: «Non ve l’ha mica ordinato il medico.» Uno script già sentito e un po’ inflazionato da queste parti, eppure molto efficace. La mia sicurezza sta vacillando, hanno forse ragione? Che cazzo li abbiamo fatti a fare, ’sti figli, noi noiosi lamentoni.
No.
Not in my name.
Con tutto il rispetto, andatevene a quel paese. Tutti. E badate bene, faccio l’appello.
La maggior parte di noi ha desiderato questi bambini con ogni singola molecola corporea e anche chi non ha affrontato questa fase, si è dovuto ricredere a conti fatti. Li abbiamo plasmati da zero, resi palpabili dal nulla, solo per bearci della loro infinitesimale presenza. Li abbiamo messi al mondo e subito ci siamo scontrate 
con la realtà, prima ben ovattata di menzogne, che ancora vi ostinate a tenere in piedi: sempre felice, meraviglioso, più grande gioia della tua vita, uno sguardo e la tristezza svanisce. Vero, ma avete scordato la spossatezza, la sopraffazione, il dolore fisico ed emotivo, la confusione e il senso di incapacità. Abbiamo rincorso gli stereotipi, nascosto le lacrime d’insuccesso, spazzato l’inadeguatezza sotto il tappeto. Ci avete ripetuto il mantra «le madri sono felici, hanno tutto ciò che serve per esserlo» e ci avete tacciato di vittimismo quando abbiamo provato a manifestare stanchezza. Ci avete esortato a riacquistare la forma fisica, avete sbeffeggiato la nostra trascuratezza, ci avete chiesto di lavorare come se non avessimo figli, di fare le madri come se non avessimo un lavoro e di mantenerci sessualmente disponibili, giustificando i nostri mariti adulteri qualora non lo fossimo.
Avete riempito le vostre bocche di stronzate e giudizi dal momento stesso in cui siamo diventate madri, e mentre noi costruivamo con maldestri tentativi una nuova vita intorno ai nostri bambini, imparavamo un amore nuovo, voi con le vostre incessanti critiche avete inibito la nostra umanità e ci avete tolto la possibilità di dire: amo mio figlio, ma mi rompe i coglioni.
Quindi, amici, vi state chiedendo perché ho fatto una figlia se poi me ne devo lamentare? Perché ne sono infinitamente innamorata e, per buona parte del tempo, mi piace la sua compagnia. Non c’è nulla al mondo che mi rende più fiera di questa creatura.
Esattamente lo stesso motivo per cui voi dormite con lo stesso partner da vent’anni anche se ridacchia come un tredicenne quando qualcuno dice «banana». Si chiama equilibrio e, se siete stati bersaglio almeno una volta nella vita una Dr. Scholl in legno massello volante, vuol dire che anche vostra madre sa di cosa parlo.
«Ehi», ho detto, «che ne diresti se facessimo il pane insieme?»
Lei, che aveva spento il cervello da un po’, si è ridestata improvvisamente provocando un suono colloso di pelle che si stacca.
«Il pane? Lo sai fare?» La guancia destra tutta rossa e segnata di pieghe.
«No. Ma possiamo provarci. Che dici?»
La risposta è arrivata sotto forma di alzata di spalle. Lo sguardo di chi in quella cucina ne ha viste tante, la curiosità di chi vuole vedere fino a che punto mi posso spingere.
«In alternativa, se vuoi, possiamo fare dei lavoretti con le foglie secche.»
«Perché quelle secche e non quelle verdi?»
«Perché quelle verdi sono ancora vive.»
«Quindi facciamo i lavoretti con i cadaveri di albero?»
A differenza di quelle di mia madre, quasi tutte le mie risorse gestazionali sono state destinate a uno spiccato pragmatismo.
«Okay, lasciamo stare i lavoretti e facciamo il pane.»
Nel caso voi stiate leggendo queste pagine molto tempo dopo l’attuale emergenza sanitaria e siate all’oscuro delle dinamiche sociali manifestatesi tutt’intorno, è doveroso premettere che in tempo di Covid-19, il lievito di birra è quotato al grammo come il rodio. Gli italiani si sono riscoperti esperti panificatori e pizzaioli e il lievito è andato sold out già dalle prime settimane.
Il mio proposito stava per naufragare ancora prima di essere salpato, ma ero molto motivata e non mi sono lasciata scoraggiare. Inoltre ero seduta sulla sedia con la faccia dentro a Pinterest da quattro ore e sapevo benissimo che Pinterest avrebbe potuto portarmi là dove Conad non era mai arrivato.

Quindi ecco quattro valide ricette alternative per pane senza lievito: pita greca, tigelle, focaccine istantanee e ricetta di blog sconosciuto con descrizione sgrammaticata e altissima probabilità di insuccesso.
Non sarà difficile per voi intuire quale sia stata la scelta.
Sono sicura che in sala abbiamo un indefesso genitore che si dedica alla cucina con i bambini come attività ricreativa anche in tempi non sospetti. A quel genitore va tutta la mia stima, perché allo scoccare del decimo minuto stavo già pulendo impasti da ogni superficie orizzontale, verticale e sguincia. Una carneficina della quale non voglio mai più essere testimone.
Oltretutto, nonostante l’esecuzione sia stata ineccepibile e fedelissima alla descrizione, il risultato è deludente. Il nostro pane è venuto una vera merda. Avendo io addestrato i partecipanti alla mia mensa esibendo manifesta incapacità sin dagli albori, il fallimento è stato accolto senza troppo clamore. In famiglia tutti sanno che dovranno mangiare innumerevoli tentativi di merda prima di arrivare alla merda definitiva.
Moreno è rientrato dal suo ultimo giorno di lavoro proprio in tempo per assistere al fallimento dell’esperimento. Dopo l’ultimo decreto ha dovuto sospendere l’attività lavorativa e unirsi anche lui alla sarabanda della quarantena.
L’ho visto varcare la soglia di casa con lo stesso ignaro smarrimento della capretta nella gabbia del T-Rex in
Jurassic Park.
Welcome to the jungle, stronzetto.
Devo essere sincera, i giorni a seguire sono stati una meraviglia. I milleseicento «mamma» giornalieri sono stati gloriosamente sostituiti da altrettanti «papà», lasciandomi addirittura il tempo per un paio di pisciatine con la porta chiusa. Non nascondo che ho provato compassione per la capretta più di una volta, ma è scemata piuttosto in fretta.
Le nostre vite si stanno lentamente modellando intorno a nuove esigenze. Sotto tutti i punti di vista. Per esempio, dopo circa venti giorni ho smesso di indossare le mutande. Non perché volessi snellire i già scarni cicli di lavaggio, ma perché ho deciso di prediligere la funzionalità alla forma. E anche perché l’elastico sull’inguine ha iniziato a praticare un lento ma letale bendaggio gastrico alle mie cosce. Ho dovuto scegliere tra mangiare di meno e smettere di indossarle, e tant’è. Non nego che la sciatteria abbia un po’ preso il sopravvento dopo un mese abbondante, ma ogni tanto mi tolgo i baffi con il Silk-épil per ricordami chi sono e darmi una sferzata di vita. Ho resistito alla tentazione di riversare l’intera dispensa nella vasca da bagno e invitare i miei familiari a servirsi come in una mangiatoia, programmando i pasti e cucinando cibo fresco ogni giorno; ho smesso di guardare con morboso desiderio le televendite dei letti motorizzati con alzata assistita garantendomi in questo modo una considerevole quantità di attività fisica giornaliera; dedico tempo alla scrittura e alla lettura e soprattutto imparo a fare la madre un pochino meglio.
A oggi contiamo sul groppone quasi quaranta giorni di reclusione. Siamo stremati, non lo nego, a volte ciondoliamo per casa confusi sbattendo contro i muri e gesticolando al cielo come fossimo personaggi senza controllo di
The Sims, ma ci stiamo anche adattando alle circostanze senza troppe lagne. Siamo in salute, ci tolleriamo l’un l’altro senza insofferenze, abbiamo libri da leggere, connessione internet, televisioni che trasmettono cartoni animati e programmi sulla pesca dei tonni h24, abbiamo denaro a sufficienza per soddisfare le nostre pance e una casa riscaldata. Siamo ricchi di cose che non avevo mai avuto il tempo e la voglia di vedere. Al netto di questa considerazione, però, non posso e non voglio restare cieca di fronte al malessere della mia bambina. Ho visto con i miei occhi la sua presunta serenità squarciarsi improvvisamente e lasciare spazio a una crisi isterica senza precedenti. «Voglio uscire», ha detto, «fatemi uscire, perfavore.» Uno spaccato di dieci secondi che ha già trovato posto tra i miei peggiori ricordi.
Condivido l’importanza di ricordare ai nostri figli della posizione di privilegio di cui godiamo, ma non mi piegherò mai alla becera pedagogia dello svilimento accusandola di essere viziata e capricciosa per aver manifestato il suo malessere. A me, sua madre, la persona di cui si fida di più al mondo. Non mi prenderò mai la responsabilità di mettere a tacere la sua sofferenza, di dirle che non si trova nella posizione di provare quel sentimento soltanto perché di bassa priorità nella classifica sociale del dolore. Sarò anche una madre incapace, ma so riconoscere che a cinque anni non si hanno gli strumenti per comprendere uno spaccato sociale così complesso e articolato, e ho deciso di accogliere e non respingere le sue emozioni, non farò mai sentire in colpa mia figlia per quello che sta provando. Soprattutto, non farò in modo che provi sollievo dal sapere che là fuori c’è chi sta peggio di lei. Non voglio crescere una stronza.
Non voglio unirmi alle correnti di retorica che tanto ci alleviano il cuore e la coscienza e dire che forse avevamo bisogno di questa sferzata per fermarci ad assaporare la straordinarietà dell’ordinario. Non avevamo affatto bisogno di seppellire i nostri padri e i nostri nonni per avere una lezione di umanità, avevamo solo bisogno di tempo.
Non so cosa ci riserverà il futuro, quanto tempo ancora dovremo restare rinchiusi e quali saranno le macerie emotive che questa quarantena ci lascerà dentro, ma una cosa la so e ne sono ormai certa: Giove e Mercurio sono entrati in Saturno, sì, ma sono entrati da dietro.

IL LIBRO – Il racconto di Giada Sundas è parte dell’antologia ebook Andrà tutto bene (Garzanti), in vendita nei negozi online. L’intero ricavo della vendita dell’ebook (degli autori, dell’editore, del distributore e anche dei principali store online) sarà devoluto all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Fanno parte dell’antologia i racconti di 26 scrittori e scrittrici, che si sono uniti per questo progetto a scopo benefico, creando una raccolta di storie in cui raccontare loro vita al tempo del virus. I racconti portano le firme di Ritanna Armeni, Stefania Auci, Alice Basso, Barbara Bellomo, Gianni Biondillo, Caterina Bonvicini, Federica Bosco, Marco Buticchi, Cristina Caboni, Donato Carrisi, Anna Dalton, Giuseppe Festa, Antonella Frontani, Enrico Galiano, Alessia Gazzola, Elisabetta Gnone, Massimo Gramellini, Jhumpa Lahiri, Florence Noiville, Clara Sánchez, Giada Sundas, Silvia Truzzi, Ilaria Tuti, Hans Tuzzi, Marco Vichi, Andrea Vitali. I testi di Clara Sánchez sonotradotti da Enrica Budetta, i testi di Florence Noiville da Alessandro Mola.

COMPRA L’EBOOK SU:

Amazon

IBS 

Kobo

LaFeltrinelli 

Libraccio

Apple 

C’è chi ha voluto parlare delle sue giornate, delle routine consolidate, delle novità che strappano un sorriso. Delle lacrime che non si riescono a fermare ma anche della forza della natura che scioglie il nodo in gola. Di convivenze forzate, come di distanze dalle persone care che sembrano insormontabili. C’è chi racconta di vicini sconosciuti che non lo sono più e del lavoro che cambia nei suoi strumenti ma non nella sua sostanza. Alcuni ammettono l’errore di aver pensato che non poteva essere tutto vero o danno voce agli animali che invece sono felici che sia tutto vero. Altri affidano le riflessioni su questi strani giorni alla voce dei personaggi amatissimi che hanno creato. Tutti sono sicuri che usciremo più consapevoli di quello che è davvero importante e che ci incontreremo, ci abbracceremo e passeggeremo presto tutti insieme. Sono sicuri che la solidarietà sarà il valore che porteremo con noi senza poterne più fare a meno. Tutti loro sono convinti che le parole, i libri, le storie, uniscono. Creano vincoli invisibili che spezzano ogni barriera. Mentre leggiamo non siamo mai soli. E siamo forti. E tutto appare come sarà. Perché andrà tutto bene.

L’AUTRICE –  Giada Sundas è una giovane madre molto seguita in rete. Sui social racconta la sua esperienza di “madre imperfetta ma imperterrita” con freschezza e ironia. Il suo romanzo d’esordio, edito da Garzanti nel 2017, si intitola Le mamme ribelli non hanno paura, e racconta la storia di Giada dal giorno in cui la piccola vita di Mya, sua figlia, ha cominciato a crescere dentro di lei. Nel 2018 è uscito il suo secondo, atteso libro, Mamme coraggiose per figli ribelli, in cui l’autrice torna a parlare del mestiere più difficile del mondo: fare la madre. Con la sua inconfondibile vena ironica…

Alla pagina dell’autrice tutti gli articoli di Giada Sundas per ilLibraio.it

E INTANTO IN FRANCIA… – Il gruppo editoriale francese Editis, proprio ispirandosi all’iniziativa Andrà tutto bene ideata da GeMS, pubblicherà un ebook con 64 testi inediti di altrettanti autori del gruppo, i cui proventi saranno interamente devoluti alla fondazione Hôpitaux de Paris – Hôpitaux de France. Tra gli autori figurano nomi come Raphaëlle Giordano, Françoise Bourdin e Danielle Steel, che hanno voluto dare il loro contributo per sostenere gli operatori sanitari in prima linea contro l’emergenza covid-19. L’antologia, disponibile dal 16 aprile e pubblicata dalla casa editrice 12-21, si intitolerà Des mots par la fenêtre, “Delle parole alla finestra”, e ne faranno parte lettere, poesie, racconti che si ispirano ai principi di libertà, speranza e solidarietà. Per Michèle Benbunan, direttrice generale di Editis, questa iniziativa non è solamente un modo per unirsi allo slancio di solidarietà nei confronti degli operatori sanitari, ma anche un progetto che si augura possa portare speranza ai lettori e accompagnarli in questi giorni difficili.

Fonte: www.illibraio.it