Beniamino Zuncheddu è entrato in carcere con trentadue denti. Quando ne è uscito, dopo trentadue anni di reclusione per un delitto che non aveva commesso, gliene rimaneva soltanto uno. Nessuna sentenza, neppure una sentenza ingiusta come quella che è toccata a Zuncheddu, prevede effetti collaterali tanto degradanti. Che cosa accade infatti a chi entra in carcere, oltre alla privazione della libertà? Le notizie di cronaca restituiscono un quadro sempre più cupo della situazione carceraria in Italia: violenze, sovraffollamento, condizioni igienico-sanitarie disumane e un numero sempre più allarmante di atti di autolesionismo e suicidi, che affliggono ormai anche gli istituti minorili. A documentare questo collasso intervengono dati inequivocabili: tutte le indagini, i rapporti e le testimonianze certificano che le condizioni delle persone detenute sono in continuo peggioramento, chiamandoci a riflettere su scelte politiche orientate solo ed esclusivamente a punire, invece che a prevenire e a «rieducare» (come vuole l’articolo 27 della Costituzione). In questo Manifesto per l’abolizione del carcere Luigi Manconi – insieme a Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta – non si limita a denunciare lo status quo, ma indica una prospettiva radicalmente diversa. Nel 1978 l’Italia abolì i manicomi, un’istituzione che sembrava insostituibile e imprescindibile. Il carcere non è il manicomio, e abolirlo è un’impresa ancora più ardua, ma «difficile» non significa «impensabile»: rafforzare ed estendere tutte le forme di pena alternativa, fino a liberarsi dalla necessità stessa di recludere, sarà il primo passo per rendere il cambiamento possibile.
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